Anna Maria Ortese

~ In sonno e in veglia ~

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lunedì, 22 settembre 2008

Finalmente in italiano l'ultimo capolavoro di Joyce
Un viaggio al limite del linguaggio
Con Finnegans Wake l'autore dell'Ulisse porta alle estreme conseguenze la sua rivoluzione lessicale. Nostra intervista con il traduttore Luigi Schenoni, di ritorno da Dublino
(Fabrizio Federici, "Avanti", 1982, s.d.)

È in libreria, edita da Mondadori nella collana economica dei classici, una prima parte della prima traduzione integrale di Finnegans Wake di James Joyce. La traduzione di Luigi Schenoni, cerca di ricostruire il più possibile i complicati giochi verbali del libro.

«Ieri ho scritto due pagine, le prime dopo il «Sì»finale di Ulisse. Avendo trovato una penna, con una certa difficoltà le ho ricopiate in caratteri cubitali su un foglio protocollo doppio in modo da poterle leggere. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, dicono gli italiani. Il che vuol dire che il leopardo non può togliersi le macchie». Con questo fugace accenno, l'11 marzo 1923, James Joyce, l'indimenticabile autore dell'
Ulisse e del Ritratto dell'artista da giovane annunziava in una lettera da Parigi all'amica Harriet Shaw Weaver, d'aver iniziato una nuova colossale impresa letteraria, quel work in progress («lavoro in corso») il cui titolo sarebbe rimasto noto per anni solo alla moglie Nora, e che si sarebbe concluso solo nel febbraio 1939 con la pubblicazione di Finnegans Wake.

Il mondo - osserva acutamente Anthony Burgess - ha perdonato ormai a Joyce gli eccessi dell'Ulisse, ma è ancora ben lontano dall'accettare Finnegans Wake. È sinceramente difficile, tuttavia, vedere quale altro libro egli avrebbe potuto scrivere dopo la pietra miliare gettata con l'Ulisse, che già alla critica dell'epoca era sembrato porre le vere e proprie «colonne d'Ercole» del romanzo moderno. Si comprende facilmente, quindi, come per più di un anno dopo la pubblicazione dell'Ulisse Joyce sia rimasto inattivo: qualunque nuova creazione, infatti, avrebbe avuto senso solo se avesse consentito di superare il traguardo raggiunto.
Con Finnegans Wake, dunque, Joyce ebbe il coraggio di riprendere una ricerca letteraria ritenuta dai più già pienamente conclusa, spiccando il balzo verso un  altro «folle volo» alla maniera dell'Ulisse dantesco, dopo aver già indossato i panni di quello omerico. E la nuova opera superò di gran lunga i risultati raggiunti con l'Ulisse, imponendosi rapidamente nel complessivo panorama letterario del XX secolo come ultima frontiera dell'evoluzione dello stile e del linguaggio, con forza ancor più grande degli incubi romanzati di Kafka o della sottile Recherche proustiana.

1) continua...
domenica, 21 settembre 2008

Giuliano Gramigna, Sergio Perosa,
Luigi Schenoni
("Corriere della Sera", 1982, s.d.)
Finnegans Wake di James Joyce finalmente tradotto per una larga parte
Il libro millelingue parla italiano
Dopo tentativi parziali, nei quali si impegnò lo stesso autore, l'ultima grande e rivoluzionaria opera di Joyce, Finnegans Wake, esce ora in traduzione italiana presso Mondadori. Si tratta  dei primi quattro capitoli, cioè di un blocco compatto nel quale si rispecchia la totalità dell'opera. Il traduttore è Luigi Schenoni, al quale abbiamo chiesto di spiegarci come si sia deciso a un'impresa letteraria che, data la particolare qualità del testo, si è sempre presentata così difficile da rasentare l'impossibilità

«Cominciai a
quattro anni»

di Luigi Schenoni
Probabilmente, all'origine della mia attrazione per Finnegans Wake e della mia decisione di tradurlo sta un regalo che ebbi a quattro anni. Per la mia continua insistenza nel chiedere a che suono corrispondevano le parole che vedevo stampate mi fu regalato un gioco «istruttivo», una bella scatola piatta di legno, col coperchio blu come la copertina della prima edizione di Ulisse, contenente tante tessere, pure di legno, che portavano incise in nero le lettere dell'alfabeto. Il suo nome era «Giocando imparo».

Mi divertivo a ricostruire con queste tessere le parole che vedevo, e chiedevo poi come si pronunciavano e che significato avevano. Non sempre il risultato di queste mie «operazioni» era esatto: a volte formava un gruppo di lettere senza senso; altre volte invece, mi è stato raccontato, le parole ricopiate, anche se sbagliate, ne suggerivano altre, con un processo vagamente simile a quello che avrei poi adottato per tradurre l'ultima opera di Joyce.

Naturalmente, i miei primi contatti con questo scrittore avvennero molto tempo dopo, per un caso fortuito, la sequenza secondo la quale ne lessi i libri principali rispettò le date di composizione. Seguii così, come seppi più tardi, l'approccio consigliato dagli studiosi joyciani.

1) continua...
sabato, 20 settembre 2008

Letteratura / Traduzioni impossibili
Il labirinto violato
Un uomo qualunque alle prese con l'impenetrabile Finnegans Wake
di Joyce. Nessuno era mai riuscito a tradurlo tutto in un'altra lingua. Il metalmeccanico-e laureato- bolognese Schenoni ce l'ha fatta.
(Silvia Del Pozzo, "Panorama", 31 maggio 1982)


Discreto, semplice, dimesso: un uomo che sembra aver scelto l'anonimato quasi a nascondere quella vena segreta di follia che può dar forma a un'intera esistenza e, all'improvviso, rivelarlo personaggio. Luigi Schenoni, 47 anni, bolognese, a prima vista si direbbe proprio il classico «uomo in grigio», che in vita sua non ha mai fatto un gesto clamoroso o assunto un atteggiamento eccentrico.

Eppure il 14 giugno, quando a Dublino si aprirà l'ottavo symposium internazionale dedicato a James Joyce (di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita), il personaggio del giorno sarà proprio lui. Perché ha avuto l'ardire, o la follia, di misurarsi con un'impresa finora considerata impossibile persino dai joyciani più convinti: tradurre quell'impenetrabile puzzle linguistico, quella «suprema sintesi verbale del creato», che è il Finnegans Wake, l'ultima estenuante fatica (durata 17 anni, dal '22 al '39) del grande scrittore dublinese.

I primi quattro capitoli del romanzo (con il testo originale a fronte) saranno in libreria il 23 giugno, pubblicati nella collana Biblioteca di Mondadori.

«Finnegans Wake è il tentativo di chiudere in un libro la storia presente, passata e futura dell'Irlanda e in essa dell'intera umanità» ha scritto Umberto Eco nelle Poetiche di Joyce. Protagonista è l'uomo attraverso i tempi, quell'everyman (già incarnato nell'Ulisse da Leopold Bloom), l'uomo qualunque che in Finnegans Wake è indicato con le iniziali H.C.E.: Here Comes Everybody, l'Ognuno, una figura in cui l'anonimo Schenoni trova idealmente anche un'immagine di sé.


1) continua...

Schenoni, il folle traduttore
di F. [Felice] P. [Piemontese]
("Il Mattino", s.d.)

Ma chi è dunque questo Luigi Schenoni, cui una specie di benefica follia ha consentito di portare avanti un'impresa di fronte alla quale molti, prima di lui, si sono arresi quasi, si direbbe, senza aver combattuto? Bolognese di 46 anni, l'aria e gli atteggiamenti di un «uomo tranquillo», Schenoni, laureato in lingue all'Università Bocconi, ha lavorato fino a un anno fa alla Riva Calzoni, un'azienda bolognese di impianti industriali. Si è licenziato per avere più tempo da dedicare alla sua traduzione, cominciata - come mi ha detto lui stesso - nove anni fa, a maggio del '73. La sua passione per Joyce è cominciata però parecchi anni prima, negli anni '60, quando ancora Schenoni frequentava l'università.

«Nel '60 - racconta - quando uscì la prima traduzione di Ulisse comprai una copia di Finnegans Wake. Cominciai a leggerne qualche brano qua e là, e ho continuato per molti anni con questi sondaggi un po' casuali» (è noto del resto che anche Joyce scrisse la sua opera senza seguire l'ordine in cui è stata poi pubblicata). Venne poi la grande decisione. «Ho cercato di farmi la più esauriente documentazione, guide, mappe, vocabolari delle lingue più diverse - continua Schenoni -. Ma, per tradurre, non ho seguito il metodo dei sondaggi qua e là. Ho cominciato con il famoso riverrun e finirò, se ci riesco, con l'altrettanto famoso the».

Nove anni di lavoro, come si è detto, in media cinque-sei ore ogni giorno, diventate di più da quando Schenoni ha lasciato l'azienda. Ma i problemi connessi alla pubblicazione dei primi quattro capitoli - 103 pagine sulle 628 di tutto il libro - gli hanno ora fatto rallentare il ritmo. Schenoni mi ha detto che ha già tradotto due terzi del quinto capitolo e che, se tutto va bene, conta di finire fra una ventina di anni. Sarebbe, che si sappia, la prima traduzione integrale di Finnegans Wake (ma si sussurra che ne dovrebbe uscire una in francese l'anno prossimo nella Pléiade).

«Per la mia traduzione - dice ancora Schenoni - seguo in fondo lo stesso criterio di Joyce quando ha tradotto in italiano un capitolo di Anna Livia Plurabelle. Fra le infinite soluzioni possibili ne scelgo una, quella che a me sembra più vicina all'idea di Joyce. La mia è quindi una ricreazione più che una vera e propria traduzione. Qualcuno ha detto che ho inventato una specie di lingua neo-gaddiana, e questo mi trova abbastanza daccordo». Forse sarebbe stato d'accordo anche Joyce, ma questo nessuno mai potrà saperlo.

Fabrizia RamondinoAncora su Joyce e il Finnegans Wake
Le nuove «postribolazioni»
di Fabrizia Ramondino
("Il Mattino", 27 agosto 1982)


Voler capire tutto e voler esere capiti da tutti è un vizo moderno - che forse coincide con l'antica figura del peccato di superbia. Sempre l'umanità ha praticato questo vizio o peccato, ma sapendo che era vizio o peccato. E infatti Ulisse, seppure con rammarico di Dante, fu posto all'nferno, e in uno degli ultimi gironi, a causa dei suoi cattivi consigli e nonostante avesse incitato i suoi marinai riluttanti a seguire virtute e conoscenza.
E Joyce, che di catechismo e peccati se ne intendeva, ha voluto forse dantescamente rinchiudere il mare sopra il suo Ulisse e il suo vascello pieno di suppellettili dublinesi. Da cui il va e vieni ondoso e verboso del Finnegans Wake.
Studiosi e poti, dai Picard padre e figlio, a Baudelaire, Melville, Conrad, Verne - più tutte le dispense in edicola - si sono indutriati a carpire i segreti del mare...


1) continua...

In memoria di
Luigi Schenoni

(geniale traduttore di Finnegans Wake di James Joyce, per la prima volta in Italia, sui nn. 35 e 45-46 della rivista Carte segrete...)



...La casa di Atreox è crollata polveramente (Ilyam, Ilyum! Meromor Mestisoci!) avergolante sul malbisso come i mundibanchi di Fennyana, ma gli ossalti dei monti risorgeranno. La vita, lui stesso ha detto una volta, (il suo biografistolo, infatti, lo uccide, se non subito, pocodopo) è una veglia, vivisciala o criccoglila, e sulle rove del nostro surdapane giace il messedavere del nostro germenitore, frase che il fondatore del mondo secondo le leggi potrebbe pretinetemente scrivere attraverso il frontepetto di tutti i natiduomogremban. La scena, rianimata, ridestata, era di quelle da non dimenticare, con la hallina e il crociato eternintermutuomergenti, perché più tardi nel secolo uno di quella banda meno anziana di furettatori di fatti, (allora un exfunzionario (fuori dalle casupole della hdogana) (pensionato), (offeso), per la legge del sessantacinque) in abito nero moderno ed elegante color tané luccicanti e comeravamo, (tam, homd e dicky, quopriquo e bisijagd) la provò, pippa punta, con un solenne inchino (copiato) per un cugino dallo stesso nome del povero arcidiacono F. X. Preserved Coppinger (un tipo caldo alle sue notti, che la mandre di guardio possa avere mietà di lui!) in un pulldonna della nostra prima linea transiberniana con abbondanza di particolari ancora più tristi che è una spezzacuori dagaduga se può mai cavare colme coppe da occhi marmorizzati. Ciclopticamente attraverso i finestrini circolari e con turbinanti sgomenti gli occhi rotondi dei rundreiser, dorso a dorso, culo a culone, sul cantalessino aerlandese, guardarono con inturistato anteresse il vestito inseguire l'ignudo, l'ignudo il verde, il verde il gelido, il gelido il rivestito, mentre il loro convoglio girava incircularmente abbondio al gigantigo albergo della vita, il nostro blomsterbohm fortunatamente quadinfocato, fenice della nostra brullità, haltero, cacuminale, erubescente (replica!) le cui radici sono asche con lustri di peine. Perché tanto spesso quanto l'Arcicacadeno, deposizionando l'Irish Field e implorando i loro auricolari per ricettacolare i particolari della difesa prima che fossero trombati a Castlebar (matti ed amar!) ne parlava a richiesta generale, ascoltando in questa nuova variante della parte per cui, a causa del Dyas nella sua machina, il grignante grimaldismo della nuova garrickgione ipostasizzava mediante substintuazione l'orerotundità assiomatica di quell'untempo gran vecchio ballio di erlington, la descrizione da copicante del gioco di parole di quel compagno di viaggio sui contenenti, essi potevano semplicemente immaginarsi nella parte più intima del loro midollo, come pro tem locums, temportati attraverso lo spalancato (abisso), poiché una volta erano rivieraschi, ascoltando la rievocazione vesperotina da tiratore al bersaglio del condannato ma sempre ventriloquente Agitatore.......


seguiranno, ancora su Joyce e il Finnegans Wake,
LE NUOVE «POSTRIBOLAZIONI» di Fabrizia Ramondino...