Anna Maria Ortese

~ In sonno e in veglia ~

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lunedì, 15 giugno 2009

orteseAnna Maria Ortese
Martedì 16 giugno,
ore 11, su Radiotreccia:
Gli insetti preferiscono
le ortiche
.
Donne in poesia. (4)
a cura di gdc e Maria D'Ascia
sabato, 13 giugno 2009

annamariaortese1rapallomaggio1HE10_768ANNAOrtese 300x40095 anni fa
la nascita di
Antonio e
Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese
Ricordo della scrittrice
appena scomparsa
Un narrare angelico e infernale
Dal debutto 60 anni fa
a «Il porto di Toledo» che aveva
ripreso e rielaborato
di Ermanno Paccagnini
("Il Sole 24 ore", s.d.)

Da un premio all'altro, si potrebbe dire della lunga carriera letteraria di Anna Maria Ortese, nata a Roma il 13 giugno 1914 e spirata a Rapallo il 9 marzo scorso.
Una carriera sancita nel settembre 1997 da un Premio Speciale Campiello e iniziata 60 anni prima, nel 1937, col premio letterario all'inedito Angelici dolori, elogiato da Bontempelli alla seduta reale dell'Accademia d'Italia per la «rara potenza di creazione fantastica, un istinto sicuro di espressione, un senso religioso delle realtà quotidiane, che per virtù di poesia appaiono ivi continuamente trasfigurate in luce di bellezza». Un libro, Angelici dolori, che pur con tutte le incertezze e una scrittura alla cui ricercatezza formale pare essere demandata una valenza catartica, resta fondamentale per capire la Ortese: non solo perché offre già un esauriente catalogo di cose e oggetti (il dialogo con le cose, il mare, la casa e il muro, il Sole, la Luna, gli alberi, gli uccelli) oltre alla trasfigurazione tangenziale di momenti autobiografici tesa a una cifra di universalizzazione, poi costanti nella sua opera; soprattutto perché vi si esplicita con chiarezza il primo termine di quella dialettica sogno-realtà, che gradualmente apre alla sperimentazione anche del secondo termine: sì da poter in seguito approdare a quella forma narrativamente connaturata in sintesi attiva sino ad Alonso e i visionari.

In mezzo, altri due grossi premi (il Viareggio 1953 con Il mare non bagna Napoli in ex-aequo con Novelle dal ducato in fiamme di Gadda; lo Strega 1967 con Poveri e semplici), due Premi Saint Vincent di Giornalismo, ma anche alti e bassi editoriali, con conseguenti schizofrenie di un'industria culturale pronta a vampirescamente intervenire in occasione di riconoscimenti pubblici, riciclando a distanza di anni sotto nuovi titoli vecchi racconti (e appena qualcuno nuovo), [Non era  una decisione soltanto degli editori. Tuttaltro.  cfr. Apparizione e visione - Vita e opere di Anna Maria Ortese di Luca Clerici], che passano indifferentemente da Angelici dolori (Bompiani 1937) e L'infanzia sepolta [L'Infanta sepolta] (Milano-Sera 1950), in I giorni del cielo (Mondadori 1958), La luna sul muro (Vallecchi 1968), L'alone grigio (Vallecchi 1969), persino inducendo critici inavvertiti a parlare impropriamente di svolte di poetica (un problema semmai "sociologico", oltre che critico-filologico, stante pure certa indifferenza della Ortese in tale campo). Sino al riuscito rilancio anche di lettori firmato Adelphi, con da un lato un'attenzione di altri editori alle prose giornalistiche (La lente scura, Marcos y Marcos) e alle poesie (Il mio paese è la notte, Empiria), e dall'altro la creazione d'un capolavoro come Il cardillo addolorato (1993), oltre che di altre opere (In veglia e in sonno, Alonso e i visionari), e alla riproposizione di alcuni dei suoi titoli più alti, tra cui Il mare non bagna Napoli e, di prossima distribuzione dal 25 marzo, Il porto di Toledo, Ricordi della vita irreale [sic! ], alle cui bozze la Ortese ha lavorato sino alla vigilia della morte.
E significativamente: perché questo titolo, definito da Dario Bellezza il «suo romanzo più angelico e infernale, summa di tutte le sue maniere narrativa» [sic!], è davvero il romanzo della sua vita: libro dai bagliori mistici nella memorialità deformata di Damasa, «proiezione perversa» dell'autrice dotata di propria percettività e autonomia, stilisticamente furioso, con tutte le sue sofferte, continue riscritture nel corso del quindicennio 1969- 1985 che sul piano strutturale hanno comportato alle oltre 500 fitte pagine sbandamenti che ne costituiscono a un tempo il limite ma anche il perverso fascino, che non v'è dubbio permarrà anche nella nuova rivisitazione.
Rispetto al pudore e candore che si bagnano nello stile semplice, in una dimessa quanto avvincente colloquialità da Fioretti di Poveri e semplici e alla sua meno felice prosecuzione, Il cappello piumato: romanzi-ricordo di un'esistenza, romanzi-interrogazione sul proprio essere artisti, sui modi della propria appartenenza a un clima in cui si bruciano le utopie (Ungheria, Stalin) e la passione politica interferisce inesorabilmente coi sentimenti dell'amicizia e dell'amore, e romanzi-nostalgia di una fede in una «ferma bontà alle radici del Cosmo», e della sua traduzione in «grande febbre» collaborativa «affinché il mondo - da triste e ingiusto che era - divenisse lieto e provvido per tutti» - quindi romanzi delle ragioni del cuore, ma anche «dello spavento del vivere» -; rispetto a quei romanzi c'è, nel Porto di Toledo, un modo antipodico di rivivere il ricordo e il riappropriarsi del proprio passato: anche materialmente, perché lo sperimentalissimo romanzo assorbe i materiali più disparati, dal racconto alla digressione, al commento, dai testi poetici a inserti epistolari, a brevi note a pie' di pagina esplicative d'un modo di dire o d'un concetto, alla riscrittura d'una decina di racconti di Angelici dolori. Un riattraversamento, dunque, più che un recupero degli anni dell'infanzia: che la Ortese compie attraverso la figura di Damasa, al tempo stesso suo Sé ma pure Altro da Sé, in cui reale e visionario si intersecano a ogni passo nel seno dell'allucinazione. Libro di fantasmi, dunque; e come tale contrappasso ai toni tra immaginazione e allucinazione, visione e «straziata esigenza del reale», grazia e «sotterranea malinconia» culminati nell'anomalo e irriassumibile L'iguana, fiaba e ironia da modularità mozartiana, e a quelli più malinconicamente lievi di Poveri e semplici e del Cappello piumato. Toni che sembravano sigillare un'esperienza letteraria coi due ultimi romanzi della gestazione parallela Il cardillo addolorato (Adelphi 1993) e Alonso e i visionari (Adelphi 1996). Ma che giustamente quel Porto di Toledo scardina. Come libro che, dopo aver accompagnato negli anni la sua autrice, dopo la vita, ne cifra anche la morte.
sabato, 30 maggio 2009

orteseUn saluto affettuoso per
Nico Orengo (1945 - 2009)
che oggi ha concluso
il suo viaggio.



Intervista alla Ortese
che torna con
un nuovo romanzo

«Il miglior gioiello?
E' il giardino che
non sono mai riuscita
ad avere
»
di Nico Orengo
("La Stampa - Tuttolibri",
13 gennaio 1979, pag. 6)


il giardino di Monet a Giverny 1900Rapallo
- Vuol vedere cosa c'è qui? . Anna Maria Ortese prende da un armadio una vecchia borsa, l'apre e comincia a posare sul tavolo piccoli pacchettini accuratamente avvolti in sacchetti di plastica.
«Era il 19631, avevo vinto con il mio libro Il mare non bagna Napoli il premio Viareggio insieme all'ingegner Carlo Emilio Gadda per le sue Novelle del Ducato in fiamme. In quell'occasione ero corsa a comprarmi sedici maniglie per le porte, gli armadi della casa che finalmente avrei posseduto, che, dopo queste maniglie che lei vede qui, così graziose a pomi tondi, dipinti coi fiori, avrei finalmente comprato».

Ma non andò così: la «scrittrice più randagia» della nostra letteratura contemporanea continuò la sua vita di nomade da una casa di amici all'altra, da una città all'altra: Roma, Napoli, Milano, ancora Milano, ancora Roma, trascinandosi dentro quella inquieta aggressività, la voglia di andare e non mettere radici, l'amore per la pagina scritta con fatica paziente e il rifiuto di quelle parole trovate e fissate per sempre dentro un libro che si può leggere, non leggere, leggere male, dimenticare in fretta.
Eppure la sua carriera  di scrittrice ha avuto inizi tra i più fortunati e sicuri: scoperta prima dell'ultima guerra da Massimo Bontempelli, che nel 1937 le fece pubblicare Angelici dolori, collabora al «Mondo» con articoli e racconti, viene provocata da Vittorini a scrivergli un «Gettone» einaudiano, quello che diverrà poi Il mare non bagna Napoli, a cui fanno seguito Silenzio a Milano (1958), L'iguana (1965), Poveri e semplici (1967), La luna sul muro (1968), L'alone grigio (1969), e Il porto di Toledo (1975).
Ma questa sua inquietezza, da eterna vagabonda, difficile e diseguale nel carattere come nella scrittura, deve averle nuociuto se oggi quella che avrebbe potuto essere una delle First Ladies del romanzo italiano, insieme ad Elsa Morante, ha un pubblico non numeroso e i suoi libri sono sparsi fra diversi editori, scarsamente ripubblicati e appoggiati.
Forse in questi anni qualcosa cambierà: la bella ragazza miope, dai lunghi capelli bruni, che non portava occhiali perchè bene le si vedessero gli occhi, ha smesso da un pò di aggirarsi inquieta fra una città e l'altra.
Si è rifugiata, adesso signora coi capelli corti e grigi e gli occhiali, a Rapallo (- come fossi lontana dall'Italia -), quasi in segreto in un piccolo alloggio del centro (- piccolo, buio, con tanto rumore e la puzza di fritto che sale dal cortile -), in compagnia della sorella Maria che le ha dato «radici», che la tiene tranquilla, finalmente ferma.

- Sono serena, non fossero qualche difficoltà economica, il desiderio di avere una casa con un pezzo di giardino. Mi accorgo che quando dico "giardino", è come dicessi, che so, una pelliccia, un gioiello. Invece mi basterebbe un quadrato di terra, pochi fiori, poche piante; come un'onda è il mare, anche un metro di giardino è il meraviglioso della natura.

Anna Maria Ortese se ne sta sprofondata in una delle poltrone lasciate libere dai suoi gatti, vicino alla sua macchina da scrivere, quella da cui è uscito il suo ultimo romanzo Il cappello piumato (pp. 214, L. 5000), che Mondadori manderà in libreria tra pochi giorni.

- No, non è un romanzo proprio nuovo, è un romanzo scritto tanti anni fa, e poi dimenticato. E' stata la cortesia di qualche amico a farlo ritornare fuori.

- Che storia racconta?

- Come faccio a dirlo? Se la racconto  qui adesso, non rimane niente, la storia è fatta di niente.

Questo romanzo, di cui la Ortese ha timore di anticipare la trama, quasi le parole evaporassero o sciogliessero come rugiada, racconta la Milano del dopoguerra, le speranze di una vita collettiva migliore, il grande desiderio di amore, i gesti lenti e quotidiani di una giovane coppia di fidanzati generosi e incantati dalla voglia di vivere. E' forse la continuazione ideale del suo Poveri e semplici.

- Sono tante le cose che ho scritto in questi anni. Soprattutto fiabe, un'esplorazione nel meraviglioso. E stare qui in Liguria mi aiuta. Perchè questa è una terra di magia, di incantesimi. Vorrei raccogliere i racconti lunghi e brevi che da quindici anni vado scrivendo. E poi rimettere finalmente a posto il racconto L'iguana, e restituirgli il suo vero finale, non com'è adesso, un qualcosa di compromesso. La Morante è stata una delle poche persone che si era accorta di questo stridore. Citati vuole che io faccia un libro con le poesie che ho scritto, ma io non so, sono così indecisa.

Fra i suoi progetti nessuno che riguardi le sue esplorazioni nel fiabesco?

- Si, un racconto stregato come li scriveva Hoffmann. Lei crede agli elfi, agli gnomi?

- Non so, qualche volta passando in un giardino mi pare di sentire qualcosa...

- Io credo che noi chiamiamo elfi e gnomi quelle doti che certe persone hanno in sè di non umane, come nei tempi antichi gli dei erano l'espressione di alcune qualità come la bellezza, la forza. Io ho delle persone così intorno a me, libere dall'ambiguità, chiare come l'acqua.

- Con queste persone riesce a comunicare meglio che con le altre?

- Sono le uniche. Ormai ho paura dell'umanità, è diventata disumana, mi sembra che non abbia più reazioni private. Solo reazioni di blocco, forse questo è dovuto al fatto che siamo sempre di più, al fatto che abbiamo paura. Bisognerebbe poter vivere un chilometro uno dall'altro. Solo così si può riflettere e pensare al continuo mistero del mondo. Anch'io mi sento ogni giorno come un bambino che apre gli occhi su un mondo sconosciuto, con lo stupore e la meraviglia di poter dire io. Vorrei solo un pochino più di libertà, quella libertà che viene da una minima tranquillità economica.

S
orride, mentre racconta di come questa tranquillità economica l'abbia sempre rincorsa.

- Dopo il successo di Il mare non bagna Napoli ero andata,  forse con un pò di aggressività, a Torino, per parlare della mia situazione economica con Einaudi. Ma l'editore mi fece aspettare un'ora fuori dalla sua porta e non mi ricevette2. Fu Calvino che venne a consolarmi, ma ormai i miei rapporti con la casa editrice si erano raffreddati.

- Forse era quel tempo in cui Einaudi faceva il grande timido. Oggi le verrebbe incontro in corridoio2.

- Forse si. Mi hascritto Calvino, vuol sapere del mio lavoro, dimostra attenzione e curiosità.

- E lei chi legge? Quali sono i suoi autori?

- Leggo molto autori dell'Ottocento, specialmente inglesi, ma è così difficile trovare delle buone traduzioni; di Conrad, di Cecov3. Una scrittrice che arriva alla perfezione è Katherine Mansfield, sia nei racconti che quando scrive il suo diario, o le lettere al marito, è sempre straordinaria.

- Nessun contemporaneo?

- Alle volte, certo. L'altro giorno ho letto sulla Stampa un'intervista a Susan Sontag che mi ha colpito. E' una donna notevole, ammiro molto questa sua fierezza americana, ma fa anche un pò paura, respinge, in un certo senso. Poi però viene fuori anche il suo lato infantile, quando parla di Hitler, che la terrorizza. Ormai il nazismo non è più Hitler, è dappertutto intorno a noi. Pensi alla schiavitù degli animali, il tormento in cui li facciamo vivere: gli uomini, nella loro spavalderia assurda, si dimenticano che gli animali sono i nostri antenati, i nostri parenti. Ma l'uomo è sempre indifferente al dolore dei più piccoli. Bisognerebbe imparare fin da bambini che nessuno deve soffrire, e invece va a finire che il dolore di un altro per noi è come il dolore di un marziano...

-E la politica, come entra nella sua vita?

- No, non me ne occupo più, non capisco più cos'è politica e cos'è malavita. Ormai la gente combatte senza sapere per cosa, è il combattimento per il combattimento. Succedono cose incomprensibili. Quando hanno rapito Moro, non capivo come potessero lasciarlo morire. Ho anche scritto delle lettere, che non sono mai state spedite. Non si può mai lasciar morire un uomo: con la loro formale correttezza giuridica, possono aver rispettato la lettera, ma non certo lo spirito della giustizia. Diventa sempre più difficile aver fiducia e affetto verso l'umanità.

E diventa invece più facile capire come mai Anna Maria Ortese ha scelto di vivere nella piccola Rapallo, protettiva e misteriosa, che non rivela mai tutto di sè e lascia spazio al segreto.

- Ma il mare di Napoli era un'altra cosa. Non le manca mai?

- Quello è un mare aperto, mutevole e inquieto. Adesso mi va bene questo mare piccolo e fermo. Un bicchier d'acqua.
(pubblicata su "Tuttolibri", 13 gennaio 1979, p. 6)

Note di gdc
1) ho copiato anche il refuso. L'anno è, naturalmente, il 1953.
2) mah! boh! Nei primi anni Novanta Giulio Einaudi trascorreva le vacanze a Ischia. Un giorno riconobbi e avvicinai Severino Cesari (stavano scrivendo un libro intervista) e mi chiese di comprargli le cassette per registrare. L'indomani consegnai il pacchetto a Einaudi e sfidai la sua freddezza altèra... ne riparleremo.
3) refuso, Cechov
I pacchettini con le maniglie furono donati a Nico Orengo
mercoledì, 06 maggio 2009

HE10_768

1955

Una scrittrice al Giro d'Italia
Il bravo ragazzo
che stava per vincere
Gastone Nencini si era preso
la maglia a Ravenna
e l'aveva conservata
fino alle Dolomiti.
Ma poi era stato staccato
dai due campioni,
Coppi e Magni.
di Anna Maria Ortese


Una domenica come questa, a Milano, non viene quattro volte al mese, e nemmeno 48 volte l’anno. C’è un’aria dolce, benché il cielo sia velato, e non piove più da stanotte. C’è un’aria d’attesa insolita alle domeniche milanesi. La città è piena, nessuno è fuggito. Aperte le finestre, spalancati i balconi delle case: sui tavoli, ancora ingombri delle tazze del caffellatte, il giornale. Le radio trasmettono piccole canzoni che nessuno ascolta. I volti sono pensierosi e beati, ed è solo a quei grandi fogli, a quei grossi titoli neri che corrono gli sguardi dei ragionieri e delle ragazze, delle massaie e degli adolescenti: «Coppi vince trionfalmente – Magni maglia rosa – Coppi primo – Magni rosa – Coppi e Magni protesi all’attacco per 170 chilometri – Coppi e Magni soli a San Pellegrino», e ancora: «Coppi, sei grande», è sottinteso ovunque. Qualche grammofono attacca anche della musica classica, Franz Schubert, per esempio, il suo dolore radioso. Subito spento. Dovunque, per la città costruita sulle fondamenta del buon senso, regna una felicità soddisfatta, interrotta appena da qualche vago interrogativo. A Porta Ticinese, due scaricatori di chiatte del Naviglio parlavano appoggiati a un’edicola: «Davvero Coppi è grande», disse uno. «Magnifico», disse l’altro. «Ha il diavolo, che so». «Mille diavoli». «Mai morto». «Tu sei contento?». «Diamine». Era “questa” domenica. Col Giro che corre verso Milano, stravolto dalla sorpresa di sabato, tutto mutato, con Fiorenzo Magni e Fausto Coppi in testa, Gastone Nencini riassorbito dalla mediocrità di ogni giorno, non più maglia rosa, non più il campione, non più la scoperta di questo 38° Giro, nulla: ferita la fronte, quieto il piede sul pedale, la mente inerte a Firenze. E, dietro, le macchine della Leo Chlorodont, senza più fretta. Strana domenica di una felicità eccitata, ma niente affatto tranquilla, una gioia poco chiara, furtiva. Il trionfo di Coppi, il valore di Magni entusiasmano senza convincere. Impazziti per obbligo sentimentale, gli italiani non sono realmente allegri. Qualcosa lavora, nel fondo; le sue parole di ieri: «Non sono più campione… Non andrò al Giro di Francia… Corridore qualunque», il suo sorriso acuto, e il viso innocente di Nencini, quel viso trafelato che stentava a contenere lo sbalordimento, la gioia, a cui tutti acclamavano, solo 12 ore prima, quel viso ora piegato, duro, infelice, coperto di sole e di lacrime, che non osa più guardare la folla assiepata lungo le strade di Bergamo, Como, Milano. Certo, dalla “sorpresa” di questa penultima tappa, la Trento - San Pellegrino, la figura di Fausto Coppi è emersa grandissima, e così quella di Magni: ma non è una grandezza calda. Il gioco, legittimo e anche indispensabile, ove l’avversario fosse stato un altro (avvertito, scaltro, adulto), appare rovinato dalla presenza di Nencini. Perché se il torero fa fuori un toro si può parlare di corrida, ma se al posto del toro c’era un puledro, la cosa è diversa. Nencini, che aveva corso tutta l’Italia, a denti stretti, dietro questa maglia, e l’aveva presa a Ravenna e conservata sulle Dolomiti, con un valore di cui, forse, non era lui stesso cosciente, non meritava le imboscate del Giro; le strade che, date per buone, sono tempestate di sassi; gomme leggere al posto di altre più solide; compagni distratti al suo grido, o comunque inadatti all’aiuto; avvertimenti sbagliati. Soprattutto, di fronte a lui, assumono una strana malagrazia lo stesso genio del moto, la formidabile capacità di sbalordire dei suoi grandi avversari. Questa capacità la conoscevamo; questo genio aveva la nostra ammirazione. Improvvisamente, così agitati davanti alla nostra attenzione, ci sembrano inutili. Una regia tanto perfetta (perché si tratta di regia, e delle più consumate) ci delude. Luna Park, il Giro? Alle 5.30 per corso Sempione invaso dalla marea lentissima di gente e di macchine provenienti dal Vigorelli (stampa, carovana, rifornimenti, il Giro s’era disperso in mille rivoli di ruote, manifesti, motori, e il tutto andava Dio sa dove), abbiamo visto passare traballando la Bedford bianca, rossa e blu della Leo Chlorodont. Per la verità, abbiamo avuto l’impressione di un colpo in fronte, e nello stesso tempo di una musica allegra e infelice che sorge dal suolo. L’avevamo lasciata venerdì sera, a Trento, nel momento che Nencini appariva con gli altri assi su una pista di terra nera, in mezzo a una folla piena di silenzi e di grida, folla turbata che aspettava Aldo Moser e vedeva arrivare Jean Dotto, adorava Coppi e vedeva al suo posto Nencini (e, intanto, Giancarlo Astrua gridava: «Sono cieco!»), in un tumulto sordo, indicibile. C’era luce, in cielo, giallo e celeste sulla terra e le case che già impallidivano, e luce, canti, gioia nella vecchia carrozza della squadra vittoriosa. Quella carrozza cantava come avesse dentro un carillon, davvero, e in quel carillon si distingueva la voce commossa di Nencini, le allegre grida di Pasquale Fornara, Eugenio Bertoglio, i comandi secchi e la trepidazione affettuosa di Domenico Piemontesi, e c’erano anche i discorsi, l’interminabile chiacchierio di Aurelio Morellato e Tarcisio Vergani, il massaggiatore. Era andata bene, dopo un giorno terribile, anzi, dopo due giorni di cui quello peggiore aveva rappresentato la conclusione. Ci eravamo trovate di fronte, giovedì mattina, le montagne, e quali montagne, dopo le lunghe spiagge del Sud, il caldo e la luce celeste di Viareggio, Napoli, Ancona. Là, su quelle muraglie che toccavano il cielo, l’inverno. Le Alpi, la mattina di giovedì, quando il Giro si apprestava a salutare Trieste, facevano paura. Pallide, si perdevano nelle nuvole. Non ne veniva suono, se non quello disperso del vento. Il lungo corteo delle macchine, dopo una deviazione dovuta a una frana caduta nella notte (e, nella notte, era anche nevicato a Cortina, così si raccontava), si era lasciata alle spalle Trieste. Non spirava vento allegro tra i corridori. Molti non guardavano, altri, se gettavano un’occhiata lassù, s’incupivano. Ecco Sistiana, e le prime zone del Carso, e Monfalcone, e il Timavo, e più in là Gorizia, Udine. A Udine, il cielo nero di pioggia precedeva, velandolo, il Passo della Mauria, Valle di Cadore, San Vito di Cadore, Ampezzo. Ad Ampezzo, dove si giunse verso il tramonto, la meraviglia era questa: salvo la vittoria di Angelo Conterno, della Torpado, arrivato primo battendo in volata sette compagni di fuga, non era accaduto nulla. Coppi si era limitato a dire che rimandava tutto a domani. L’indomani, quel memorabile venerdì, tutti sanno cosa accadde. Coppi si lasciò prendere da Nencini. Tentò deboli fughe, rassegnate difese. Lo affiancammo una volta, al bordo di una vallata: pedalava leggero, con la sua semplicità formidabile, e uno sguardo non offuscato da nulla, diremmo contento se non fosse stato al solito così serio e controllato. Con un piede, come giocando, sfiorava fiori gialli e lunghi fili d’erba. Quella notte, a Trento, nessuno dormì. Si rivedevano le cime orrende, i precipizi fondi più del mare, le strade come lacci di seta gettati intorno alle dure rocce; e la pioggia e il nevischio, le nuvole e il sole, i fiori che coprivano le valli e la roccia grigia e rossa e i cupi fianchi dei monti. Come in un sogno si sentiva parlare del tempo e il suo volo. Coppi finito. Magni al termine. Nencini che sale. Nencini, nella sua stanza d’albergo, era pazzo di gioia; si sottometteva alle cure del massaggiatore senza vederlo. Contemplava, appoggiata su una sedia, la sua maglia rosa. Campione. Da oggi il suo nome in Italia. E a Firenze! Volti amati gli ballavano intorno. Rideva e parlava fitto e sognava con i lucidi occhi aperti. «Vergani!». «Parla!». «Ho la maglia rosa». «Se fossi in te, cercherei di star calmo». «Calmo! Sono calmo». «E sarei prudente». «Perché prudente?». «Così, per fare qualcosa». «Coppi era davvero sofferente». «E anche Magni. Come il gatto vicino al topo». «Come?». Gli occhi di Nencini splendevano. Non aveva sentito niente. Neanche Coppi e Magni, in un altro albergo di Trento, avevano sentito niente. Riposavano tranquillissimi, un po’ stanchi, con gli occhi socchiusi. E la folla, fuori, in un suono cupo: «Coppi! Magni!» e, più debolmente: «Nencini!». Soltanto quando i due campioni, nelle prime ore del pomeriggio seguente, cominciarono a correre davanti a lui, staccandolo, in quel loro modo silenzioso e fantastico, che li faceva rassomigliare a miraggi, il ragazzo della Leo vide chiaro. Corse, chiamò, dovette fermarsi per una foratura, riprese a correre, cadde, stordito, pazzo di dolore chiamava ancora. Rispondevano da lontano, coi loro evviva, le folle; gente si abbracciava al passaggio dei due campioni; ragazzi si rotolavano a terra. Donne singhiozzavano beate. Loro due, senza più molta fretta, sorridendo, continuavano a pedalare. In questo modo, col trionfo dei vecchi idoli, e il pianto di Gastone Nencini che aveva vinto inutilmente le orrende Dolomiti, e addosso non aveva più la sua maglia rosa (non era stato vero nulla, salvo la disumana fatica), il Giro è finito. Milano ha reso giusti onori a tutti, e anche il ragazzo fortissimo e candido è stato a lungo acclamato, ma non sorrideva; sembrava, per la prima volta, pensare cose più grandi, più misteriose del Giro. E anche la Bedford bianca, rossa e blu, mentre percorreva adagio corso Sempione illuminato dalle nubi dorate di giugno, sembrava pensasse, e scricchiolasse di pena: e allegra, certo, non era più.

venerdì, 24 aprile 2009

orteseLeonardo Sciascia

















































Carteggi Ritrovata una corrispondenza inedita iniziata nel 1978. La scrittrice, in difficoltà economiche, chiede più volte aiuto
Ortese - Sciascia:
la nostra
povera Italia
Lei: «Moro e Tortora sono martiri, i politici indifferenti». Lui: «Viviamo in un Paese senza verità»
di Paolo Di Stefano
("Corriere della Sera", 24 aprile 2009)


Difficile immaginare scrittori più diversi, eppure tra Leonardo Sciascia e Anna Maria Ortese si stabilì un'amicizia a distanza e una reciproca stima insospettate. Lo dimostra lo scambio epistolare che viene pubblicato nei vent'anni della morte dello scrittore siciliano dal semestrale «Il Giannone», diretto da Antonio Motta, che gli dedica un ricchissimo numero monografico. Si tratta di un corpus lacunoso e un po' sbilanciato, che prende avvio all'indomani dell'uscita de L'affaire Moro: due sono le lettere di Sciascia (conservate nell'Archivio di Stato di Napoli), quindici quelle della Ortese (conservate nella Fondazione Sciascia di Racalmuto). Già in Todo modo, del '74, a proposito del rapporto con la realtà Sciascia aveva evocato un racconto della Ortese, Un paio di occhiali, il racconto «della bambina di vista debole cui danno finalmente gli occhiali; e la miseria del vicolo napoletano in cui vive le balza improvvisamente incontro, le provoca vertigine e vomito». Un tributo insolito, per uno scrittore che amava citare soprattutto i classici. Ma non è escluso che la corrispondenza nascesse da un comune sentire attorno all'assassinio del politico democristiano, a proposito del quale la stessa Ortese aveva scritto sul «Secolo XIX» un vibrante j'accuse contro l'indifferenza della classe politica. È possibile che la Ortese avesse deciso di esprimere la propria solidarietà a Sciascia dopo aver letto su «Panorama» l'articolo in cui l'autore del Giorno della civetta definiva lo Stato un «guscio vuoto». A una prima lettera (perduta) della scrittrice napoletana (data 7 luglio '78), Sciascia risponde da Racalmuto il 4 novembre scusandosi per il ritardo («per scrivere un libro, ogni anno, ho bisogno di un quasi assoluto isolamento»): «Le sue domande sono anche le mie. E principalmente questa: che cos'è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell'odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità. Sembra». Tuttavia, aggiunge Sciascia, sotto sotto si scopre «come nascosto, come clandestino, un Paese serio, pensoso, preoccupato, spaventato», costretto a «fare i conti con quell'altro Paese, quello del potere, dei poteri: quello che non vuole la verità, che non ci vuole, che ci costringe a quella che Moravia chiama estraneità dolorosa»...

1) continua...
mercoledì, 22 aprile 2009

annamariaorteseefranzhaaslugli(La foto che ritrae Anna Maria Ortese e Franz Haas, tratta da questo blog, è pubblicata da Il Mattino di oggi senza citarne la fonte)


9771_bachmannAnna Maria Ortese
Ingeborg Bachmann
Intervista a Franz Haas
«Così è nato
il Cardillo della Ortese
»
Haas, il critico austriaco che divenne l'amico fidato della scrittrice a Rapallo.
«Dalle mie foto azzurre venne l'idea del romanzo. Il confronto con Bachmann»
(di Fabrizio Coscia, "Il Mattino", 22 aprile 2009)


 «Non ci sono confronti con altre scrittrici, nel mondo. Come prosa, no. Nessuna donna scrive in un modo così vertiginoso, attento, limpido: e c’è un dolore quasi soprannaturale; il dolore moderno. Quando l’ho letta, ho sentito tutti i miei limiti. Ma senza umiliazione». Così Anna Maria Ortese scriveva, il 10 agosto 1990, al giovane amico Franz Haas che le aveva fatto scoprire Ingeborg Bachmann, a lei fino ad allora sconosciuta. Sono due percorsi che si sfiorano senza mai incrociarsi, quelli delle due scrittrici, l’italiana e l’austriaca, accomunate proprio dal quel «dolore quasi soprannaturale» che permea le loro pagine: l’autrice del Trentesimo anno approda a Napoli nel ’53, l’anno in cui usciva tra le polemiche Il mare non bagna Napoli, e trascorrerà in città e a Ischia sei tormentati mesi, mentre la Ortese inizia il suo doloroso esilio. E anche a Roma, dove vissero entrambe per molti anni, avrebbero potuto incontrarsi chissà quante volte, ma non accadde mai. Di Ortese e Bachmann si parlerà domani al «Goethe Institut» alle 18,30 per la rassegna «Strane coppie», incontri con classici italiani, francesi, spagnoli e tedeschi, organizzato da «Lalineascritta» con l’«Institut Français de Naples», l’«Instituto Cervantes» e il «Goethe Institut». Maria Attanasio discuterà dei frammenti del Caso Franza, mentre Il cardillo addolorato sarà raccontato da Franz Haas, il critico letterario austriaco che contribuì, con le sue «34 foto azzurrine», alla stesura dell’ultimo romanzo napoletano della Ortese. «All’epoca insegnavo all’”Orientale” - ricorda Haas, oggi docente di Letteratura tedesca all’Università di Milano - e una sera incontrai a cena Fabrizia Ramondino, la quale mi disse che alla Ortese servivano delle fotografie del Pallonetto di Santa Lucia per la stesura di un nuovo romanzo, che sarebbe stato Il cardillo addolorato. Mi offrii subito di farle io e dopo averle scattate le inviai a Rapallo. Dopo qualche tempo la Ortese mi scrisse invitandomi ad andare da lei». Al suo primo incontro, nel ’90, Haas scopre una donna «molto gentile, ma anche schiva, timida»: «Ci vedemmo in un ristorante. Si presentò con la sorella Maria, che era già malata e che restò in silenzio per tutto il tempo, quasi come un’ombra. Subito capii che la Ortese era una persona che s’interessava realmente agli altri. Non parlammo solo delle mie foto, che non si stancava mai di guardare, perché le rievocavano la sua ”feroce e cara Napoli”. Volle sapere anche molte cose di me. Mi chiamava il suo ”ambasciatore napoletano”». Qualcuno - come Luca Clerici, nella sua biografia della Ortese Apparizione e visione (Mondadori) - dichiarò perfino che la scrittrice si era come invaghita di lui. Ma Haas nega: «È falso. E non solo per la notevole differenza di età. In realtà il nostro rapporto epistolare era intenso già prima di incontrarci. C’era invece una profonda simpatia umana, nata forse dalla mia prima lettera, dove un po’ spavaldamente le scrissi che Il porto di Toledo era il romanzo italiano più bello del dopoguerra. L’ho colpita al cuore con questo complimento, perché era il libro della sua vita, quello a cui teneva più di tutti e per il quale ha sofferto di più». A voce e per lettera i due parlavano soprattutto dello loro letture: «Oltre alla Bachmann - rivela il critico austriaco - le feci scoprire La cognizione del dolore, che stranamente non conosceva, restando ”sbalordita da tanta grandezza”. Non parlava quasi mai male dei colleghi scrittori. Solo una volta mi raccontò di un appuntamento con Sartre e la Beauvoir, al ”Caffé Greco”, dove i due la trattarono con freddezza, ferendola molto». Tra i tanti ricordi che restano ad Haas dei suoi incontri a Rapallo, ce n’è uno in particolare che ritorna: «Nell’estate del ’93 l’andai a trovare con mia moglie, che era incinta. Ancora una volta mi parlò molto di Napoli, mi disse che era contenta perché la mia compagna aveva un aspetto familiare, ”quasi napoletano”. E infine chiese il permesso di toccarle la pancia. Il tono di quella richiesta e quel gesto mi colpirono molto».
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mercoledì, 08 aprile 2009

401Anna Maria Ortese
L'ultima lezione del signor Sulitjema
(scherzo)


In un villaggio di pescatori non lontano da Kirkenes (Norvegia), un villaggio veramente molto piccolo e povero, detto Kirk, perché un vero nome non aveva, c'era una scuola ancora più piccola e povera, proporzionalmente, se possibile.
Una stanzaccia di legno, dove convenivano ogni giorno, provenienti dalle otto case del villaggio, una ventina di bambine e di ragazzetti: rossi, biondi e rannicchiati nei loro pellicciotti.
Una grossa lanterna, in quelle nebbiose mattine e quegli oscuri pomeriggi d'inverno, illuminava scialbamente le pareti di legno della stanzaccia, le cui due finestrine, una sulla strada, l'altra a ridosso della foresta, e ambedue in parte ostruite da neve e ghiaccio, mostravano ora un bianco paesaggio, oppure le stelle del mattino.
Al di là del villaggio c'era il mare, e benché non si vedesse, là convergevano i pensieri dei più vivaci e sognatori fra quei ragazzi, i cui nonni e padri erano, da infinite generazioni, marinai e pescatori di aringhe.
Due di questi ragazzi, Vardo e Gamik, di dodici e tredici anni, erano molto amici tra loro, e amavano, come molti norvegesi, le storie fantastiche. C'è da aggiungere che, essendo anche due ragazzi moderni, non ci credevano. Tuttavia ne parlavano.
"Vuoi vedere" disse un giorno Vardo, ch'era il più smaliziato, a Gamik "che una volta o l'altra ci mandano qui, come supplente, Sveig in persona?".
E giù a ridere.
Sveig era il nome leggendario di un orso altrettanto leggendario, e lo scherzo valeva perché l'attuale unico maestro della scuola, il signor Orso Sulitjema, da tempo sofferente di reumi, e comunque in cattiva salute, già sembrava, a parte quel ridicolo nome, un autentico orso.
A queste parole, il signor Sulitjema che quella mattina sembrava più triste e imbronciato del solito, cacciò, per così dire, il muso fuori dal suo grosso pellicciotto che mai si toglieva, e sollevando appena un po' gli occhiali a stanghetta sul naso rotondo, borbottò:
"Si può sapere, Vardo e Gamik, cos'è questo disprezzo per gli orsi?".
Vardo e Gamik non risposero nulla.
Allora, il malinconico signor Sulitjema, dopo essersi tolti, dagli occhi cespugliosi, gli occhiali, e averli puliti in un gran fazzoletto turchino da marinaio, e avere un po' tossito (o forse borbottato), annunciò, con una voce calmissima e assai dolce, che gli allievi non gli conoscevano:
"Ragazzi, i vostri colleghi" chiamava spesso così, solennemente, i suoi ragazzi "Vardo e Gamik, presupponendo l'eventualità (non lontana) di un supplente che sostituirebbe il vostro detestato maestro, hanno detto casualmente la verità. Questo, voglio dire, è infatti l'ultimo giorno che ci tratteniamo insieme in questa classe, dove ci siamo sforzati di apprendere qualche nozione utile alle vostre giovani menti. Domani non verrò più. Un vero maestro (la sua voce suonò vagamente ilare) è in questo momento già in viaggio nella nebbia. E lui, da domani all'alba, mi sostituirà".
Un lungo oh di meraviglia, interrotto da qualche risatina, accolse le inattese parole del signor Sulitjema. Nello stesso tempo, molte sciarpe azzurre volarono per aria, e molti bambini e bambine saltarono per la gioia sui banchi.
Erano cresciuti liberamente, e non avevano falsi pudori dei loro sentimenti. Il maestro li osservò senza, apparentemente, alcuna espressione di rimprovero o di pena.
Sotto il suo aspetto strambo e severo egli aveva una vera e illuminata religione dell'infanzia e gioventù, che considerava l'aurora del mondo umano.
Aspettò quindi che si calmassero, poi, preso un altro fazzoletto, questa volta rosso, da contadino, dalla tasca destra del pellicciotto, e soffiatosi il naso, e asciugatosi un po' l'occhio sinistro che gli lacrimava, proseguì:
"Figli miei, permettetemi di chiamarvi così, mi rallegro di vedervi in buona salute, cioè capaci di ridere del vostro vecchio Sulitjema. Ciò significa che la mia severità non vi ha affatto tormentati. Come sapete, non ho guadagnato molto insegnando per cinque anni in questa scuola, e adesso che sto per lasciarvi non posso quindi, come vorrei, farvi un regalo. Mi dispiace".
Queste parole mansuete e amorevoli non erano proprio insolite sulla bocca del signor Sulitjema, ma questa volta, avendo fatto seguito alla loro risata, ed essendo pronunciate in quelle particolari circostanze, colpirono l'animo dei ragazzi.
Subito un religioso silenzio, quasi malinconico, colmò l'atmosfera dell'aula.
"Vi lascerò quindi, come solo regalo, le parole del vostro vecchio maestro, di Orso Sulitjema, sempre state alla base di tutti i suoi insegnamenti. Le ricordate?
"Primo: non badate molto alle apparenze, cioè non giudicate gli uomini dal loro pelo o, al contrario, dai loro sontuosi vestiti. Secondo: non giudicate la Natura tanto silenziosa e fredda, e soprattutto obbligata a sfamarvi, come finora hanno fatto i vostri coraggiosi padri. No, figli miei: la Natura ha occhi e orecchie più di quanto voi intendiate. E… forse non ci crederete, essa vi ama.
Onoratela e vogliatele sempre il più gran bene possibile: non vi mancherà mai nulla su questa terra, e quando, dopo una lunga vita felice chiuderete gli occhi, sarà solo per riaprirli su una terra e un mare più belli: e uccelli e orsi, non maestri e capi di Stato, uccelli e orsi e altri animali che avrete amato, essi soli vi accoglieranno e, se del caso, giudicheranno".
Chissà perché, a queste parole veramente sbalorditive, l'intera classe del signor Sulitjema scoppiò in lacrime.
Fu un momento di grande tumulto, anche Vardo e Gamik piangevano.
Quasi contemporaneamente una slitta si fermò davanti alla porta, e invece del supplente ne scesero due funzionari della Guardia Forestale con un viso preoccupato. Chiesero ai ragazzi dove fosse il signor Sulitjema, ma egli non c'era più: rotto un vetro della finestrina che dava sulla foresta, era fuggito via.
Vi fu un'inchiesta e tutti i giornali ne parlarono. I ragazzi eccitati asserivano che l'accusa della polizia non si reggeva: il maestro non era affatto un autentico orso patito per l'insegnamento ai figli degli uomini, ma semplicemente un buon uomo un po' strano e pieno di malanni, e, soprattutto - dicevano - "parlava di cose che c'interessavano, con una voce - questo è vero - che faceva pensare alle foreste, alla solitudine, al vento". Ma perché, in questo caso, era fuggito rompendo un vetro?
Non si seppe mai. In realtà, questo mondo è pieno di cose strane e belle, purché uno non abbia la superbia di voler cambiare tutto. E i venti bambini della scuola di Kirk, questa superbia, fortunatamente, non l'avevano.
Rimasero molto legati al ricordo del loro Sulitjema, e talvolta, quando ancora con le stelle giungevano a scuola, gli sembrava di scorgerlo dietro la cattedra, mentre respirava un po' affannosamente, asciugandosi gli occhiali, o il naso, con due fazzoletti di eccezionali proporzioni: uno rosso come la vita e uno azzurro come i cieli che splendono su questa vita.


Anna Maria Ortese
In sonno e in veglia
Adelphi, Milano 1987
pp. 181, Lire 26.000
giovedì, 02 aprile 2009

il mio amico GoffredoLo Straniero  n. 106


Ho appena ricevuto il nuovo fascicolo della rivista diretta da Goffredo Fofi. Lo Straniero, n. 106 - aprile 2009, Contrasto editore, pp. 144, 10 euro. La copertina è di Gianluigi Toccafondo, le illustrazioni di Alessandro Tota.
Il numero si apre con un testo di Giampaolo Dossena, recentemente scomparso, Da una riserva indiana (a proposito di Alce Nero parla).
Sulle "mazzate" prese da una sinistra indecorosa interventi di Vittorio Giacopini e Costantino Cossu (Il trionfo della destra in Sardegna); Nicola Ruganti si occupa del crollo (meritato) dei compari Domenici e Cioni a Firenze. Luigi Manconi sul Testamento biologico e Rodolfo Sacchettini (Ma Baricco no!) e Piergiorgio Giacché (Il bullismo dei colti) sulle recenti sparate del Baricco...
Largo spazio con servizi dall'Egitto  e su un libro di Evfrosinija Kersnovskaja a proposito dei gulag.
Apprendo che Milo De Angelis è un poeta caro alla redazione della rivista. Lo Straniero pubblica due poesie inedite e una scelta dall'intera produzione. Paolo Zublena segnala l'Oscar Mondadori che raccoglie i cinque libri di De Angelis.
Sono andato a cercare il libro d'esordio del poeta milanese, Somiglianze (Guanda, 1976) per sfogliarlo. Zeppo di ritagli ( Porta, Siciliano, perfino Rossana Ombres) e  sottolineato. La stessa sensazione di estraneità di tantissimi anni fa.
Francesco De Core scrive su alcune recenti ristampe di Compagnone: Emblema del catastrofismo, apostolo del sarcasmo, voce furente contro i potentati e le camorrie... Luigi Compagnone - scomparso a 83 anni, nel gennaio del '98... ebbe il ruolo in commedia dell'Intellettuale Irato. Nel regno della cartolina, un'icona; una statuetta del presepe. Nulla di peggio che l'effetto di un napoletanismo deteriore, riduzione a stereotipo della complessità: Raffaele La Capria il narratore del disfacimento borghese, Domenico Rea il cantore della città plebea e fescennina, Michele Prisco il manierista con il gusto e la sensibilità dell'estensore di feuilleton ottocenteschi. Gabbie, schemi, semplificazioni. In questa geografia e su questa matrice, Compagnone... ha pagato più degli altri il conto di tali e tante asfissie letterarie...


Anna Maria Ortese e Pasquale Prunas
Sarà stato l'esito nefasto dello sguardo della medusa ortesiana, e quella polemica che devastò nel profondo la meglio gioventù del primo dopoguerr: apparso nel '53,
Il mare non bagna Napoli sancì fratture mai sanate, e neppure la ripubblicazione del '94 divenne occasione per chiarimenti e riconciliazioni...


 
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lunedì, 23 marzo 2009

annamariaorteseefranzhaaslugliBachmann IngeborNapoli, Goethe Institut
Giovedì 23 aprile
(San Giorgio Martire!!!)
Strane coppie
Anna Maria Ortese
Ingeborg Bachmann
Franz Haas

Maria Attanasio

ANNAIngeborg_Bachmann
Dalle lettere di Anna Maria Ortese
a Franz Haas
( 3 luglio, 10 e 26 agosto 1990)

«Ho letto, con grande commozione, Canti durante la fuga di Ingeborg Bachmann. Vorrei leggerne altre poesie. Dove? Chi le ha pubblicate?  ... poesia, sì, da brivido; ma assolutamente alto.»

«... tutti i racconti sono di altissima qualità, le cose più alte scritte da una donna, in Europa. Non ci sono confronti con altre scrittrici, nel mondo. Come prosa, no. Nessuna donna scrive in modo così vertiginoso, attento, limpido: e c'è un dolore quasi soprannaturale; il dolore moderno. Non c'è un suono, poi, che non sia puro. Non ci sono tracce di terra. Quando l'ho letta, ho sentito tutti i miei limiti. Ma senza nessuna umiliazione».

«... nel Caso Franza (Adelphi), pag. 51, trovo la pagina più innocente, più splendida di tutta la narrativa del dopoguerra».

(Luca Clerici, Apparizione e visione
- Vita e Opere di Anna Maria Ortese
, Mondadori Milano, ottobre 2002,
pp. 737, Euro 32,00)
postato da: gdc alle ore 09:47 | link | commenti
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lunedì, 09 marzo 2009

ANNAUn saluto affettuoso
per
Anna Maria Ortese

Rapallo, lunedì 9 marzo 1998,
ore 21,30...



«... In realtà, ciò che è nato non muore mai.
Solo, tramonta.
Ciò che vale per il sole può valere per le anime.
Non cessano, scompaiono dalla nostra vista...
E non dica mai la parola «morto»... Dica «partito».
Si abitueranno a non credere alle pur rispettabili apparenze.
A non credere solo agli occhi.»
Lettera di Anna Maria Ortese
a Franz Haas, 8 ottobre 1996.

margherite
«I soli che possono amarmi sono coloro che soffrono.
Se uno davvero soffre sa che nei miei libri può trovarsi.
Solo persone così possono amarmi. Il mondo? Il mondo è una forza ignota, tremenda, brutale.
Le creature belle che pure ci sono, noi le conosciamo poco, troppo poco».