«Il Mattino» intervista [1981]
Fabrizia Ramondino,
autrice di «Althénopis»
Napoli, un buon posto
per una precaria
«Sono instabile come gli abitanti di questa città», afferma la scrittrice. «Agli autori locali non sempre sono precluse le vie della grande editoria». «Se qui ci fosse un Sellerio non avrei esitato ad affidargli il mio romanzo». «Nei ceti popolari la famiglia è ancora vicina al matriarcato». «Conosco operai e disoccupati che leggono Brecht e Stendhal».
Fabrizia Ramondino scrittrice «in odore [di santità???] di Premio Napoli» con «Althénopis», smentisce una convinzione radicatasi negli ultimi tempi e intorno alla quale si è discusso e polemizzato. Secondo tale convinzione, agli scrittori nati e vissuti a Napoli, tranne le poche eccezioni di Prisco, Compagnone e qualche altro, sarebbero precluse le strade della grande editoria nazionale, per cui non resterebbe loro che percorrere le vie, impervie e provinciali, della cosiddetta «editoria napoletana» che ha l'etichetta di una rispettabilissima tradizione con i nomi di Bideri, Pierro e Ricciardi, ma per il resto conduce vita grama, copre un mercato assai limitato e opera scelte non dico poco illuminate ma neppure rischiarate dal lumicino di una certa logica culturale.
Fabrizia Ramondino è nata a Napoli alcuni lustri fa (se non è carino chiedere l'età ad una donna, lo è ancora meno indovinarla) e finora ha pubblicato due libri; il primo un'inchiesta sui disoccupati organizzati, con la sigla di Feltrinelli, il secondo, un romanzo per buona parte autobiografico, nei «Nuovi Coralli» di Einaudi.
Questo che cosa dimostra? Innanzitutto che da Napoli non è proibito uscire [che banalità!!! gdc], basta mettere sulla carta cose valide [appunto!!!] e che mantenendo determinati contatti e coltivando certe amicizie, è possibile trovare, prima o poi, il «canale» giusto per arrivare al cuore, e al contratto, dei grandi editori.
Dice la [Fabrizia odiava, come Elsa Morante l'articolo davanti ai nomi propri e anche "scrittrice", "poetessa", etc. ] Ramondino:«Qualcuno mi ha rimproverato di non aver pubblicato Althénopis con un editore napoletano. Io rispondo e so che probabilmente mi farò dei nemici, che se a Napoli ci fosse un Sellerio non avrei avuto esitazioni, invece gli editori napoletani pensano soltanto a far soldi con libri scolastici e testi universitari, per il resto non rischiano...».
Un discorso che, purtroppo, non fa una grinza: antico problema, irrisolvibile a quanto pare, un altro dei difetti di Napoli, o meglio di Althénopis, visto che per Fabrizia Ramondino è questo il nome della città più tormentata d'Italia e noi tutti, lei compresa ovviamente, siamo «althénopei».
Althénopis (che significa occhio di vecchia) è una specie di costruzione giocosa filologica, o pastiche, come lo definisce la scrittrice, la quale aggiunge: «Un nome che vuol essere una garbata presa in giro del mito del Sud Italia e di Napoli per i filologi tedeschi, una garbata presa in giro degli Enti del turismo che propagandano Napoli ed è chiaro che riecheggia Partenope...»
A questo punto non so come se la caverà l'amico Antonio Ghirelli se a vincere il Premio Napoli 1981 sarà proprio la Ramondino, perché dovrà consegnarle, unitamente all'assegno di cinque milioni, la testa in argento della sirena Partenope ed è bene che chi ha scritto Althénopis questo lo sappia prima, onde evitare che in quel momento interpreti la consegna come una garbata presa in giro, insomma un pastiche!.
Fabrizia Ramondino ha dietro di sé una vita movimentata ma non si creda che gli impegni attuali le procurino emozioni meno intense; la pubblicazione di un libro, le recensioni, le interviste, la partecipazione ai premi, fanno parte del tutto ma contengono ciascuna una carica di imprevisti non indifferente.
Figlia di un diplomatico, il padre fu console in Spagna e in Francia, la scrittrice pur essendo nata in Althénopis, ha vissuto per parecchio all'estero: quattro anni nella Spagna franchista, due in Germania per motivi di studio, tre a Chambery. Il resto è suddiviso tra la penisola sorrentina e via Tribunali, nel ventre di Althénopis, in quello splendido palazzo Spinelli che la Cavani ha scelto per girarvi alcune scene de La pelle; più recentemente infine, per le conseguenze del sisma, a piazzetta Gerolamini in casa del fratello.
Le origini aristocratiche della famiglia l'hanno spinta a clamorose rotture, concretizzate in impegni sociali non indifferenti: dai sei anni dedicati allo sviluppo comunitario in un vicolo di Spaccanapoli (o Spaccalthénopolis?) ai due anni di lavoro proletario in un'associazione per il controllo delle nascite, infine all'interesse per i problemi dei disoccupati organizzati, Fabrizia Ramondino può dire di aver cancellato dalla sua vita il fascismo paterno e l'aristocraticità che si estrinsecaca in quella famiglia, ristretta o allargata, di cui parla nel libro.
Althénopis è una specie di saga familiare con un bozzettismo degno della migliore Serao ma in chiave linguistica più moderna e perfezionata, una saga dalla quale emergono soprattutto figure femminili: la nonna dilapidatrice di sostanze, la mamma piena di ansie e di crucci segreti, le zie Callista e Cleope, tutte sovrastano le figure maschili (quasi assente quella del padre), lo zio Alceste plaudente e ricciuto, il cugino Achille che squadrava con occhio impudico e lo zio Chinchino grasso, unticcio, lo sguardo acuto e vorace.
La saga vive tra Althénopis e i suoi dintorni, più in interni che in esterni, ma se il libro è opera prima per pubblicazione non lo è certamente per stile e per scrittura, l'uno e l'altra da narratrice già lungamente esperta. In effetti Fabrizia Ramondino ha molte altre cose nel cassetto e tutte, o quasi tutte, ambientate «in Althénopis e affollate di althénopei, cose che pubblicherò - dice - soltanto se le persone di cui mi fido me ne indicheranno la validità».
Ed ora ascoltiamo, sul libro, questa nuova scrittrice althénopea che affacciatasi alla narrativa, ha conquistato subito un posto nella finale del Premio Napoli, accanto ai più navigati Dante Troisi e Ferruccio Ulivi.
- Althénopis è soprattutto uno spaccato di vita familiare tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta. Com'è mutata, oggi, la struttura di una normale famiglia?
«Di normali famiglie non ne conosco molte, a cominciare dalla mia che normale non è. Credo, ad ogni modo, che vi sono stati dei cambiamenti enormi e che a Napoli, specialmente nei ceti popolari, siamo ancora vicini al matriarcato che caratterizzava la mia vasta famiglia».
- Perché esiste, e se ne discute, il rapporto madre-figlia mentre non esiste, o non se ne discute, il rapporto padre-figlio, o un rapporto madre-figlio?
«Parto e concludo con la mia esperienza. Il fatto che in Althénopis abbia sviluppato molto poco la figura paterna, significa che ho avuto dei problemi profondi con la figura dell'uomo e del padre. Era l'autorità alla quale mi ribellavo anche come istituzione sociale mentre con la madre, pur avendo avuto una fortissima opposizione, è stato diverso: essa faceva parte da un lato del mondo dei vinti e dall'altro sentivo con essa un legame biologico più stretto».
- Perché nella parte finale del libro hanno sempre la lettera maiuscola iniziale le parole «madre» «nonna» «figlia»?
«Perché in quell'ultima parte c'è l'esperienza della rottura e del distacco, dolorosissimi, attraverso l'intelligenza, quindi non si è più nella comunione organica e sentimentale con la natura e con gli altri ma c'è il distacco della coscienza e quindi l'oggettivazione».
- Che differenza c'è tra la Napoli del dopoguerra e quella del dopo terremoto?
«La Napoli del dopoguerra l'ho vissuta bambina, i bombardamenti erano per me un fatto divertente, ci divertivamo ad andare di notte nel rifugio, nel vedere la città sconvolta, era una specie di teatro per noi. La Napoli del dopo terremoto mi fa pensare soprattutto alla grande continuità delle cose e dei problemi che le catastrofi non fanno altro che aggravare: anche prima del terremoto, infatti, c'erano i senza-tetto, i senza-lavoro, le scuole occupate e le strade piene di automobili».
- Quale ruolo può avere una donna nell'odierna realtà di Napoli?
«Lo stresso ruolo di un uomo; io come donna ho fatto delle scelte di rottura, però non penso che ci sia un campo autonomo in cui le donne abbiano una funzione rispetto a degli uomini coscienti e consapevoli. I tedeschi dicono mensch, per indicare un uomo, frau per indicare una donna, ma dicono menschen per indicare l'essere umano. Per me è proprio quest'ultima la caratteristica fondamentale rispetto alla differenza dei sessi».
1) continua...