Un'intervista sul "Manifesto" (1981)
"Althénopis è nato
da due sogni". Conversazione con Fabrizia Ramondino
L'intervista a Fabrizia Ramondino che pubblichiamo oggi è presa da una piccola rivista, giunta prima dell'estate al suo secondo numero. Probabilmente i suoi redattori non sarebbero neppure d'accordo sulla definizione: non è una «rivista», ma una «lettera», e Lettere infatti si chiama. La redigono Lapo Berti, Ester Fano, Laura Mariani, Claudio e Luca Meldolesi, Marcello Messori, Marco Revelli, Raffaele Sbardella, Nicoletta Stame; la spediscono a chi vuole (l'indirizzo è...), altrimenti...
Perché tanto pudore? Perché «quello che si vorrebbe effettivamente discutere» - spiega una nota redazionale - è messo da parte o scartato nei circuiti tradizionali del mercato editoriale. Allora forse si ascolta meglio chi parla sottovoce. Anche se parla di politica.
Per molti amici il fatto che io ho scritto Althénopis (Einaudi, 1981) è stata una sorpresa. A Napoli ero conosciuta, soprattutto negli anni '60 e '70, come una militante politica. Ma in realtà io ho sempre scritto, fin dall'adolescenza.
Ho sempre avuto una forte passione per la letteratura: dai 12 ai 14 anni sono vissuta in Francia, in Savoia. Vicino a noi abitava in una torre una vecchia signora che campava di cucito e aveva una grande biblioteca: lei mi ha fatto leggere, liberamente, tutto quello che aveva; e così, a quell'età ho letto i classici francesi dell'800, i russi, naturalmente senza capirne la maggior parte. Inoltre, la Francia è stata per me la scoperta di una libertà molto maggiore di quanto non avessi sperimentato prima, in famiglia, nel sud d'Italia, dove ognuno è segnato nel proprio destino di classe e di sesso, e la libertà di cui avevo goduto nella piazza di S. Maria del Mare (vicino a Sorrento) era legata all'età dell'infanzia, ed era già finita con l'adolescenza.
La libertà dell'infanzia
Mi ricordo che la conquista della libertà è stata emblematicamente rappresentata dalla conquista della bicicletta. Mio fratello aveva avuto la bicicletta perché era maschio, pur essendo minore di me. Allora mi sono nascosta dietro un cespuglio e gliel'ho strappata; così poi ne hanno regalata una anche a me, e con quella andavo con un gruppo di amici ai laghi, in montagna.
In Francia ho acquisito un'idea di libertà rispetto a ciò che poteva essere la mia vita: cose che poi diventarono il rifiuto del matrimonio, il rifiuto del far soldi. Ma sono dovuta passare per profonde rotture.
Dal '59 al '61 sono stata sposata: quando ci è siamo lasciati, una delle ragioni di fondo è stata che io non avevo il senso della famiglia chiusa, mentre mio marito desiderava l'intimità della famiglia, il realizzarsi come nucleo. Io invece volevo impegnarmi in attività sociali. Questo l'ho capito attraverso una lunga depressione, da cui sono uscita - da sola - attraverso la scoperta di Napoli.
È andata così. Una cameriera di mia madre, della mia età, madre di tanti bambini, vedendomi stare così mi disse: «perché non vieni ad aiutare i miei figli che vanno tanto male a scuola?» Andai a casa sua in un vicolo a fare lezioni private ai suoi bambini: fu subito una cosa più larga, perché venivano i loro amici, e a poco a poco divenne un grosso doposcuola per i bambini delle elementari e la scuola serale per analfabeti. Cominciammo a prendere contatti: ricordo che venne a visitarci Tristano Codignola, che stava mettendo a punto il progetto di riforma della scuola media. In seguito entrarono altre persone, e divenne l'Associazione Risveglio Napoli (Arn) con una sede nel centro storico, dove facevamo l'asilo antiautoritario. Andavamo a studiare i metodi del centro italo-svizzero di Rimini, della «scuola e città» Pestalozzi, e anche della scuola steineriana di Milano. Il metodo a cui facevamo riferimento era soprattutto quello di Freynet (l'esperienza che aveva fatto nel '36 in Francia). Avevamo anche una scuola serale per adulti, per la preparazione della licenza media. Cominciammo a fare una serie di iniziative che chiamavamo di «sviluppo di comunità».
Nel '66-'67 nell'Arn avvenne una grossa rottura. Venivano ad aiutarci una cinquantina di giovani dell'università - era il periodo in cui stava cominciando la ribellione degli studenti - e naturalmente volevano portare delle grosse innovazioni. Uno degli scontri con i vecchi dell'associazione (che erano poi quelli che avevano il potere - perché i pochi finanziamenti che avevamo, attraverso il Psi, li gestivano soprattutto loro) riguardò proprio il problema di cosa fare nel quartiere. Noi volevamo organizzare la lotta per la casa e per il lavoro, già allora. Gli altri non volevano: per loro bastava la scuola, e una inchiesta sociologica per raccogliere i dati. Vinsero i vecchi, e io, che mi misi dalla parte dei giovani, decisi di troncare l'esperienza.
In gruppo per «salvarci»
Contemporaneamente, avevo avuto la bambina. Avevo necessità di guadagnare (all'Arn era un lavoro volontario); andai a insegnare alla scuola di stato, a Torre Annunziata. Fu un terribile shock. Era il periodo in cui leggevo della rivoluzione culturale sui giornali, e che in Cina si chiudevano tutte le scuole; a me veniva una grande voglia di abbattere i muri della mia. La scuola media, allora era, un'esperienza allucinante, di prigione.
Fino al '66 avevo sempre scritto. Scrivevo soprattutto poesie, allora, ma senza pensare di pubblicarle, mi pareva quasi un peccato. Erano in parte di tipo «lirico» e in parte di carattere «sociale», su Napoli, ecc.
Dal '68 ho fatto tutta l'esperienza radicale di quegli anni. Nel '69 abbiamo fondato un gruppo politico in cui abbiamo sperimentato delle strettissime relazioni interpersonali. Anche dopo la rottura del gruppo è rimasto un forte legame di amicizia tra tutte le persone che ne avevano fatto parte. Per me è stato un po' ritrovare la comunità della piazza di S. Maria di cui parlo nella prima parte di Althénopis, e anche i compagni che al momento di decidere se entrare o meno nell'organizzazione nazionale optarono poi per il sì (mentre io uscivo) hanno in seguito sempre rimpianto quella dimensione, che nella organizzazione nazionale non c'era.
Se oggi dovessi spiegarmi cosa rendeva tali quei nostri rapporti, direi che prima di tutto era un'esperienza dal basso, dove non c'era l'idea del potere. Avevamo semmai l'idea che tutti quanti insieme dovevamo, per così dire, «salvarci». Poi, le differenze di classe al nostro interno erano molto ridotte, e semmai c'era una grossa solidarietà spontanea nel fatto di volerle ridurre al massimo. Per cui, per esempio, se si andava a mangiar fuori, chi aveva più soldi pagava per chi ne aveva meno, chi aveva la casa più grande ospitava chi non aveva casa, senza che fosse teorizzato, succedeva spontaneamente. C'è da dire poi che gli intellettuali erano abbastanza poveri. Per due ragioni: perché lo erano, e perché non facevano niente per arricchirsi. Se io nel tempo libero dall'insegnamento avessi voluto dare lezioni private, certo avrei avuto più soldi. Ma il tempo libero era dedicato all'attività politica.
Tutto questo è durato dal '69 al '73. Se allora avessi detto che scrivevo delle poesie, la cosa sarebbe stata presa malissimo. Tant'è vero che nel nostro gruppo successe questo episodio. Un compagno giovane, uno studente tecnico, che avevamo conosciuto in una scuola occupata, era entrato nel gruppo, ma poi, a un certo punto, mandò una lettera per dare le dimissioni: diceva che preferiva leggere Sthendal. Un compagno «dirigente» lo convocò e gli disse che nemmeno Lukàcs avrebbe potuto permettersi di lasciare il partito per la letteratura...
I disoccupati organizzati
La crisi del nostro gruppo ci fu dopo il colera. Si sentiva il bisogno di rispondere a esigenze maggiori, ed essendo cresciuti come organizzazione, bisognava prendere una decisione:
1) continua...