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Walter Siti, probabilmente il nostro scrittore più in forma, responsabile qualche anno fa con Troppi paradisi di un capitolo di storia letteraria difficilmente cancellabile, ritorna in libreria in questi giorni con Il contagio (Mondadori, pp. 340, euro 18). E cioè con uno strano oggetto narrativo che flirta con i moduli del romanzo, del reportage, del reality, dell'autobiografia immaginaria usata "come mezzo e non come fine" che fino ad ora aveva rappresentato - quest'ultima - il muro portante delle sue precedenti prove narrative. Solo che al centro del racconto questa volta ci sono le borgate, le periferie della periferia di Roma nate sotto il fascismo, cantate (e infine rinnegate) da Pasolini, utilizzate alternativamente come alibi o foglia di fico o capro espiatorio o utopia pauperista dagli amministratori cittadini, vampirizzate in modo piuttosto innocuo dal giornalismo griffato e infine cadute nell'anomalo e mobilissimo ventre di questo libro per uno di quei rovesciamenti semantici che fanno del suo autore un grande, lucido e per nulla conciliante osservatore della realtà, tanto da fargli tirare le somme in questo modo: «L'appassionata analisi di Pasolini, vecchia di oltre trent'anni, andrebbe rovesciata: non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta, se si può dire, imborgatando».
Se questa è la tesi di fondo (mai definitiva...) del Contagio , qual è il percorso che ce la fa raggiungere? Come in Troppi paradisi ritroviamo il Walter Siti personaggio letterario e Marcello, il suo amante e borgataro e body builder e cocainomane e marchetta sempre meno di lusso per via degli eccessi e del trascorrere degli anni. Solo che qui, la tirannica e illuminata "voce sola" dell'io narrante a cui eravamo abituati, in qualche modo si dà fuoco per continuare a esistere nebulizzata nella stessa materia del racconto, per confondersi insomma con l'ambiente circostante. Il risultato è quello che un tempo si sarebbe detto un romanzo corale.
A venire raccontati sono i luoghi di Marcello, le borgate appunto, l'universo fuori dal raccordo, i paesaggi di Corviale, del Trullo, di Laurentino 38 e la loro umanità ormai pronta a rapporti sempre meno puerili con il resto del mondo. Epicentro della narrazione è un caseggiato di via Vermeer (indirizzo inesistente della topografia romana), una sorta di casa del Grande Fratello composta di sette appartamenti dentro i quali vivono i personaggi di cui leggiamo le storie - anzi, "sentiamo" le voci. Ad aspettarci c'è il classico campionario della borgata: piccoli truffatori che si accontentano delle briciole e delinquenti che sognano la svolta, prostitute brasiliane senza voglia né tempo di cambiare mestiere e ragazze in carrozzella che cercano un riscatto attraverso la politica... e poi spacciatori, cocainomani, ragazzi di vita dominati dall'abulia e dal fatalismo e via di seguito. Solo che qui, tramontata definitivamente l'idea che i borgatari (come prima di loro i proletari) possano diventare uno strumento di redenzione per l'intera società, rivelatasi cioè questa idea nient'altro che uno spasmo della cattiva coscienza presente perfino tra le più belle delle anime belle, viene seriamente messa in dubbio anche l'ipotesi che la borgata rappresenti una reale alterità. Questa conclusione è per esempio lampante nell'epopea di Mauro, uno dei tanti personaggi che popolano Il contagio , un borgataro che tenta il colpo grosso intrecciando una relazione sentimentale con una intellettuale di sinistra che fa la spesa al mercatino di Campo De' Fiori e mettendosi contemporaneamente in loschi affari nel campo immobiliare, un'attività che (dal riciclaggio del denaro per conto di mezzi camorristi) lo porta a sfiorare i salotti buoni della nostra economia. Ebbene, nella sua ambigua scalata sociale Mauro trova un mondo effettivamente diverso da quello che tenta di abbandonare - diverso ma non poi così incompatibile visto che le nevrosi, le ansie, gli smarrimenti e addirittura certi consumi culturali trovano spesso dei punti di contatto con i suoi. Anzi, di contagio.
Non sembra insomma la borgata ad ascendere verso le luci istituzionali e un po' smorte della borghesia, ma una classe media sempre più insicura e precaria e analfabetizzata a precipitare senza più neanche tante regole a fare da bussola verso le chiassose periferie dei centri commerciali e degli affitti sostenibili. Una mutazione che è uno dei tanti corollari al teorema del mercato globale, il Regno a venire che Ballard aveva incapsulato qualche anno fa negli schematismi della fantascienza-del-presente e che Walter Siti lascia invece vivere (e ardere) in un fuoco sempre troppo umano e sfuggente e irriducibile per non lasciarci del tutto privi di speranza.
11/04/2008 - "Liberazione"
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