Incontro con Michele Ranchetti
a cura di Gianni D'Elia
("Poesia", mensile di cultura poetica, anno II, n. 9, settembre 1989)
Villa Ranchetti si trova in una delle posizioni più belle della Firenze collinare, proprio scendendo da via Giramonte alle spalle di San Miniato, tra ulivi e cipressi sullo sfondo di dolci avvallamenti e declivi, dopo il bagno di verde dei tigli sui viali. È una spaziosa costruzione del '500, come mi dice il poeta, con annessa una cappella privata di due secoli successiva.
Un elegante rustico con una splendida veduta, in condizioni un po' neglette ma con un fascino di nobilità concreta e scrostata, con due o tre cani che girano intorno alla nostra conversazione all'aperto, accanto a un basso muretto sotto un leccio secolare. A tratti, s'affaccia anche un vecchio cavallo bianco, qualche gatto, con la presenza discreta dei famigliari appena incontrati, la moglie inglese, due dei tre figli grandi, la vecchissima madre, alcuni bambini amici di famiglia.
È la seconda volta che incontro Ranchetti di persona, un uomo colto e mite, dall'aspetto dimesso e schivo, i capelli radi e grigi, due grandi occhi liquidi e malinconici. Autore di uno dei più intensi libri di poesia degli ultimi anni, La mente musicale, edito da Garzanti nel 1988.
Se vuoi, potremmo iniziare dalla "prosa", più che dalla poesia. La tua importante e in qualche modo anche silenziosa attività di uomo di cultura, di intellettuale, nell'industria prima, poi nell'editoria, nell'Università...
Sì, io ho fatto molti lavori, ma ho sempre voluto fare il professore universitario. Mi sono laureato nel '49 a Milano, con una tesi di storia. E subito ho cominciato a fare l'assistente di Storia del Cristianesimo. Allora chi insegnava Storia del Cristianesimo e Storia Medioevale era lo stesso professore, Martini. Subito dopo essermi laureato sono andato a lavorare a Ivrea, da Adriano Olivetti. Ero amico di suoi amici e parenti, e sono stato assunto come suo segretario. Dopo qualche mese Adriano Olivetti si è ammalato, e quindi io ho dovuto trovare un lavoro, un senso, un posto in fabbrica. L'ho trovato prima in biblioteca, dove allora c'era Geno Pampaloni, e po ho voluto io stesso entrare più direttamene nella fabbrica. Ho trovato la grande amicizia e l'intelligenza straordinaria di Franco Momigliano, che mi ha voluto come suo vice nelle "Relazioni umane". Dipendevano da Momigliano i rapporti con le maestranze operaie, quindi io, come suo vice, avevo rapporti con la commissione interna, con il consiglio di gestione, e imparavo da lui come si trattano le questioni sindacali.
Nel '52, quando è morto mio padre, sono ritornato a Milano, dove sono stato assunto alla Feltrinelli in qualità di organizzatore delle librerie. Ho avuto questo incarico per quattro o cinque anni, ma contemporaneamente ho anche lavorato in casa editrice, dove in principio ho fatto il tentativo di portare anche la cultura universitaria. Questo tentativo era però osteggiato, in particolare da Feltrinelli stesso, e dal direttore editoriale di allora, che era una grande personalit, Giampiero Brega. Nel '63 Feltrinelli ha ritenuto opportuno troncare i rapporti con me e mi sono ritrovato senza lavoro. Avendo una casa in campagna nelle vicinanze di Firenze, questa, mi sono spostato con la famiglia. Contemporaneamente avevo avviato rapporti con la Boringhieri (di cui sono ancora consulente), per la iniziativa che allora stava sorgendo della edizione italiana delle opere di Freud.
Mi sono occupato di questo, traducendo, instaurando un rapporto tra la Boringhieri e la Standard Edition di James Strachey, che ho conosciuto. A Firenze ho poi avuto la fortuna di trovare una possibilità di lavoro all'Università, come assistente incaricato supplente del grande professore Delio Cantimori, che dopo un anno, purtroppo è morto, e io ho perso quello che forse avrebbe potuto essere il mio unico maestro. Sono però rimasto in Università prima come incaricato e poi come ordinario di Storia della Chiesa.
Hai collaborato all'edizione italiana delle opere di Freud, hai tradotto Wittgenstein, insegni Storia della Chiesa. Si tratta, per te, di una scelta e di una pratica del conflitto intellettuale, di passaggi anche stridenti tra culture, istituzioni e discipline antitetiche, o di che altro?
Veramente questi contrasti io non li vedo, non ho mai rilevato contrasti, non ho mai ritenuto che sia una grande realtà intangibile la cosiddetta industria culturale. Ho sempre cercato di fare la stessa cosa, dovunque, e continuo nella persuasione che si possa ancora fare. Nauralmente non si hanno grandi successi, però si può cercare di formare qualche cosa all'interno, per esempio, della Boringhieri, come si poteva fare all'interno della Feltrinelli, come si può fare all'interno di una Università come quella di Firenze.
Le traduzioni di Wittegenstein e di Freud non sono poi in contrasto radicale. È uscito in questi giorni un libro che proprio mette in relazione i due grandi pensatori, un libro di Assoun che di intitola appunto Freud e Wittgenstein.
Però la vicenda di Wittgenstein per me è più lunga e un pochino più complicata. Io mi ero accorto - insieme con un mio carissimo amico che considero il più grande conoscitore di Wittgenstein in Italia, Marino Rosso - che le edizioni disponibili non erano per nulla perfette. Così ci siamo procurati i microfilm di tutta l'opera inedita di Wittgenstein. E abbiamo cominciato a lavorare. È nata poi una grande impresa, che doveva condurre all'edizione critica, in tedesco naturalmente di Wittgenstein. Ci siamo accordati con altri, inglesi, francesi, tedeschi. Per circa dieci anni abbiamo lavorato a questa grande impresa, che avrebbe radicalmente modificato la nostra conoscenza e la conoscenza in generale di Wittgenstein, che è basata su antologie e non sul corpus completo. Però, purtroppo, questa iniziativa è stata a un certo punto impedita dai possessori dei diritti.
L'importanza, per te, della poesia. Hai scritto da sempre, e pubblicato poco e molto tardi... In una tua quartina, si elencano tre concetti: l'etico, l'estetico, il religioso; tre aggettivi promossi a sostantivi astrattivi. Come stanno insieme, si tratta di una poetica "filosofica"?
Forse dire poetica filosofica è troppo. Certo è una poesia ragionata e ragionante, non è una poesia immediatamente emozionale. Però questo ragionamento è, se posso dire così, una vera passione, e quindi non c'è nessuna conoscenza possibile di carattere teoretico, per me, che non sia preceduta o sorretta da una grande passione, e anche questa conoscitiva ed etica. Quindi, i tre aggettivi che tu hai nominato compongono forse in me un'unità, e quando questa unità non si compone io sono lacerato e disperato.
In aprile, nella serata di presentazione del tuo libro a Firenze, hai letto un testo inedito in prosa, dove mi pare affermassi un concetto molto bello per il lettore de La mente musicale: la difficoltà, l'incapacità del ricordare...
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gdc alle ore 16:32 |
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