Anna Maria Ortese

~ In sonno e in veglia ~

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domenica, 28 ottobre 2007

da IL QUADERNO DEGLI AQUILONI
di Stefano Moretti


I.


Alti volavano gli aquiloni
nel cielo di un gruppo di baracche,
come guidati appena dalle correnti.

Solo a tratti, piccole braccia nere
s'alzavano sapienti, in solitaria corsa,
a rompere il silenzio delle lamiere.


II.


Insegna un'arte antica
a far volare gli aquiloni
- a Manaus c'è persino un campionato -
ma qui gli aquiloni sembrano alzarsi
da soli, sorretti e scagliati
da un cielo possente.


Sempre una mano esperta, invece,
guida il loro volo, li regge ai balzi,
agli schiaffi, alle impennate,
alle immobili corse.


Qui a sera, su queste giovani sponde
del mare, vengono i ragazzi
a lanciare alti voli con gesti fermi,
come riavvolgessero la tenda del cielo.
E con l'ultimo brandello di chiaro
sotto il braccio se ne vanno poi scalzi,
a continuare inconsapevoli
in altre loro antiche scienze.


Come nostrani immigrati
sulle transenne delle stazioni,
come rondini a sera,
certo, mi ricordano
ch'è cambiato il cielo
e identico son io,


ma in un loro sguardo,
in quest'orizzonte più grande
che fa meno dolorante anche me,
disperso nell'allegra malinconia
d'essermi perso, sento che qui
vivere non è un'arte
ma lasciarsi alle correnti.


In balia di tiepidi venti,
di dolci vortici, aduste vite
paiono tenute da fili che leggeri
le adunano nel ristoro di spiagge
lucenti, nei golfi sabbiosi che in alto
chiudono il grigio dei graniti roventi,
circonfusi d'oceanici vapori,
e il verde di freschi spioventi,
in scenari dove l'umana
azione graffia appena un incanto
da primo giorno della creazione


e le dividono a sera nella stanchezza
del tempo vano, senza stagioni,
per strettoie e scalette che affiancando
incuranti i ricchi caseggiati
salgono il morro verso la favela


o le assiepano ancora sui grigi treni
che portano all'afoso suburbio
- periferia d'una periferia, priva
anche della grazia del mare -
verso le cento stazioni tutte uguali,
con i cavalcavia e i muraglioni
dalle scritte cubitali, cancellate
e rifatte, d'un vecchio sciopero.


Ignare esistenze sparpaglia
l'improvviso buio della sera,
come aquiloni finito il volo.
Lontane dalla storia comune
e dal dominio del loro stesso giorno,
lasciano i dolci scenari con l'ombra
di un'animale tenerezza negli occhi.
Membra svuotate dal sole e dalla fame,
o da cento fatiche quotidiane
sufficienti appena a reiterare
il giornaliero miracolo e l'ordinaria fine,
se ne vanno nella notte senza spine
sospese solo al loro perpetuo sognare.


III.


Per non so quale amore,
per la solita pena,
salgo le traballanti scale di legno
- tipo saloon del far west -
di una povera boate, e stasera
è un tango dolciastro e sguaiato
ad investirmi, voce straniera
che sembra uscire da una nostrana
sagra di paese. Qui assiepata
una folla ondeggiante segue
incantata lo show caro ai travestiti
di mezzo mondo, ovunque risarciti
dalla favola torbida e fasulla
dell'attrice morta come una regina.


Toccato abbraccio con lo sguardo
tutta questa gente che allegra
si stringe ai sudati suoi sogni.
Solo in questa loro commozione,
nella caparbia e timida passione
della fantasia, ritrovo l'esotico,
come solo nel comune avvincersi
ai sogni che lievitano la realtà
resiste l'unità di un'America Latina
sfolgorante e ormai spossata.


Mi fermo anch'io, desideroso d'oblio,
per non ripartire mai più.
Ma l'allegria invidiata,
studiata con occhio fisso,
si disfa in smorfie che poco
hanno di gioioso: un volto
in festa diventa al mio sguardo
ammirato una bocca che sghignazza
sotto un occhio che potrebbe piangere.
E il movimento che ricostruisce
l'unità ripristina le distanze:
la realtà ricomposta, solare si chiude
nel suo semplice disegno, indecifrabile
alla mente che straniera cerca
di interpretare i destini,
a chi almanacca con cieca determinazione
- senza dolcezza, senza abbandono -
sui fili imbrogliati della ragione.


IV.

Le tempeste del tuo respiro!

Prima tiepide burrasche, folate,
dolci bonacce e silenzi sospesi
riempivano il mio orecchio
con un ritmo che calava nel sonno.
E come aquiloni tenuti da una mano ferma
i miei pensieri non s'allontanavano da noi.

Ora invece nel silenzio i fantasmi sinistri
dell'immaginazione lievitano in cieli bui.

Abbiamo ballato una canzone lenta
- appoggiavi la fronte alla mia guancia -
proprio come gli altri innamorati,
ma con più sapienza e facilità,
senza ritmo e abbandono
dovessero cedere uno all'altro.

Ci stringevamo contenti.
Ma anche nel momento della felicità,
come per il rassegnato capriccio dell'età,
sentivamo entrambi l'acido
di una perfezione sempre lontana.

Stanco di autobus notturni,
rapito a chi non t'aspettava,
ti ha colto un sonno indifferente.
E insieme scopriamo solo più
la condanna dei nostri sogni distanti.


IX. Samba per un ragazzo del suburbio

Vestirai il tuo costume sontuoso,
il bianco, l'argento, le piume trionfanti,
il gonnellino indio sulle cosce scure,
il mantello serico sulle spalle potenti,
divisa forse abbondante,
ma sfarzosa come non l'hanno posseduta
nemmeno gli antichi guerrieri.

Con trecento tamburi e diecimila compagni
- orgiastica e scompigliata falange -
sgolato arriverai all'Avenida dei sogni,
al magico teatro dove l'onda s'infrange
e un compagno piange, ma di felicità.

Tra ali di folla osannante, t'inoltrerai
danzando nei vortici di personaggi da favola
che come i colori di una trottola
poi sempre in uno, ruotando, si fondono.

Il suo sguardo incantato ti seguirà
per tutta la notte, fino a un'alba limacciosa
e spossata; finché vostri sarete,
come fu già di noi un tempo.

Ma l'indomani, quando il ricordo non sarà
che brace, fra tanta cenere
tu tornerai a sognare:

re d'una notte, chi potrà mai farti abdicare?


X.

Ora il dolore ci accerchia.
Non son foglie che cadono
ma uomini che cedono,
ad uno ad uno.

Sinistro è il futuro
di chi guarda morire.


(Brasile 1983-85)




(Linea d'Ombra, n. 19, luglio-agosto 1987, pp. 75-76)




Stefano Moretti (Alessandria 1952) ha pubblicato presso Einaudi la raccolta di poesie Gattaccio randagio (1980). Traduce dal portoghese e dall'americano.

Commenti
#1   28 Ottobre 2007 - 19:19
 
ho in casa "gattaccio randagio" (einaudi). andrò subito a darci una letta.
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#2   15 Aprile 2008 - 18:08
 

L’AQUILONE MI SORRIDE DALL’ALTO


L’ aquilone mi sorride dall’alto :
come piuma, volteggiando leggero,
accarezza il bambino che ero;
si libra nel blu, nell’aria di smalto

abbracciando la spiaggia; all’assalto
del vento scartando come torero
elegante, modellato dal nero
contorno di monti, in oro e cobalto.

Ma l’aquilone è inarrivabile,
non lo tiene il filo dei pensieri,
è come un destriero irraggiungibile.

Sì, l’aquilone è impalpabile,
ha già leso il filo dei desideri,
sfumando in un mondo invisibile.




S.D.A , 8.- 11. 3. 2007

Salvatore D'Angelo saldan@libero.it

utente anonimo

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