Anna Maria Ortese

~ In sonno e in veglia ~

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venerdì, 20 novembre 2009

Massimo Ferretti (2)
Massimo Ferretti
Chiaravalle, 13 febbraio 1935
Roma, 20 novembre 1974



Nel 1955, il ventenne Massimo Ferretti pubblicò un volume di poesie, e lo mandò a una trentina di personalità e riviste.
Il libretto arrivò anche a Officina (rivista di Pasolini, Roversi e Leonetti).
Nacque un'amicizia fra Pasolini e Ferretti, intensa violenta e spietata.
Tra il 1963 e il 1964 Ferretti  si schiera con la neoavanguardia. Scrive un anti-romanzo e abbandona la letteratura.
Ferretti e Pasolini moriranno a un anno di distanza l'uno dall'altro.



Massimo Ferretti

Il mio cuore è lo sparviero ardito
che nudrito di fiori e di verzura
a caccia fece pessima figura.
Il mio cuore è il rossignol sorpreso
ad accompagnar col flebile stromento
il lamento del porco sul suo peso....
Il mio cuore è un castello d'oro
dove una fata mestruata
sbatte due chiare d'uovo.
Il mio cuore è un tappeto verde
dove la vittoria è una storia
raccontata da uno che perde.
Il mio cuore è un mazzo di fiori
comprato al mercato del pesce
da un gruppo di vecchi signori.
...
Cuore che vinci e mi costringi a dire
tu vuoi uccidermi
ma io non so morire.






Pier Paolo Pasolini (20)


Ragazzo dalla faccia onesta
  e puritana, anche tu, dell’infanzia,
  hai oltre che la purezza la viltà.
  Le tue accuse ti fanno mediatore che porta
  la sua purezza – ardore di occhi azzurri,
  fronte virile, capigliatura innocente -
  al ricatto: a relegare, con la grandezza
  del bambino, il diverso al ruolo di rinnegato.

  No, non la speranza ma la disperazione!
  Perché chi verrà, nel mondo migliore,
  farà l’esperienza di una vita insperata.

  E noi speriamo per noi, non per lui.
  Per costruirci un alibi. E questo
  è anche giusto, lo so! Ognuno
  fissa lo slancio in un simbolo,
  per poter vivere, per poter ragionare.
  L’alibi della speranza dà grandezza,
  ammette nelle file dei puri, di coloro,
  che, nella vita, si adempiono.

  Ma c’è una razza che non accetta gli alibi,
  una razza che nell’attimo in cui ride
  si ricorda del pianto, e nel pianto del riso,
  una razza che non si esime un giorno, un’ora,
  dal dovere della presenza invasata,
  della contraddizione in cui la vita non concede
  mai adempimento alcuno, una razza che fa
  della propria mitezza un’arma che non perdona.

  Io mi vanto di essere di questa razza.
  Oh, ragazzo anch’io, certo! Ma
  senza la maschera dell’integrità.

  Tu non indicarmi, facendoti forte
  dei sentimenti nobili – com’è la tua,
  com’è la nostra speranza di comunisti -
  nella luce di chi non è tra le file
  dei puri, nelle folle dei fedeli.
  Perché io lo sono. Ma l’ingenuità
  non è un sentimento nobile, è un’eroica
  vocazione a non arrendersi mai,
  a non fissare mai la vita, neanche nel futuro.

  Gli uomini belli, gli uomini che danzano
  come nel film di Chaplin, con ragazzette
  tenere e ingenue, tra boschi e mucche,
  gli uomini integri, nella salute
  propria e del mondo, gli uomini
  solidi nella gioventù, ilari nella vecchiaia
    - gli uomini del futuro sono gli UOMINI DEL SOGNO.

  Ora la mia speranza non ha
  sorriso, o umana omertà:
  perché essa non è il sogno della ragione,
  ma è ragione, sorella della pietà.


 
giovedì, 19 novembre 2009

Giovanna BemporadBuon compleanno
a
Giovanna Bemporad
postato da: gdc alle ore 10:34 | link | commenti
categorie: amici, grandissimi, poesia poeti ipotesi, autori amatissimi da gdc
mercoledì, 18 novembre 2009

P- P. PasoliniLo scrittore
vittima del consumismo?
Le lucciole
di Pasolini
di Adolfo Chiesa
("Paese Sera", s.d.)

Esattamente vent'anni fa, quando uscì «Ragazzi di vita», Pier Paolo Pasolini era un giovane intellettuale povero, tormentato, alle prese con la propria inquietudine, alla difficile ricerca di un lavoro, un ambiente, una individualità. Aveva insegnato alcuni anni in una scuola privata a Ciampino per venticinquemila lire al mese. Bassani gli aveva procurato qualche modesta collaborazione nel mondo del cinema, ma l'ambiente romano era per lui ostico, repressivo: «Nel Cinquanta - ha scritto in una sua breve autobiografia - ero un disoccupato, ridotto in condizioni di vera diperazione: avrei potuto anche morirne».


Poi venne il discreto successo dei libri (dopo «Ragazzi di vita», «Una vita violenta», «Le ceneri di Gramsci»): dal vecchio appartamento di Ponte Mammolo, Pasolini andò a stare con i suoi genitori a Monteverde, in via Fonteiana. Quando nel 1957 vinse uno dei Premi Viareggio per la poesia, chi scrive - se è lecito qui un ricordo personale - piombò in casa sua alla ricerca di una fotografia da pubblicare proprio su questo giornale. Pier Paolo non c'era, era andato a Viareggio per ritirare il premio; ricordiamo il vecchio padre, un anziano tenente di fanteria in pensione, dall'aspetto rustico e segaligno, che girava per il modesto appartamento alla ricerca di vecchie istantanee, frugava nervoso nei cassetti, timoroso, orgoglioso, dolcissimo... (Ma la realtà era più amara, come scoprimmo poco tempo dopo da uno scritto di Pasolini. Il padre era alcoolizzato e represso: «Era malato di fegato, e sapeva che era grave, che solo un dito di vino gli faceva male, e ne beveva almeno due litri al giorno. Non si voleva curare, in nome della sua vita retorica. Non ci dava ascolto, a me e a mia madre, perché ci disprezzava. Una notte tornai a casa, appena in tempo per vederlo morire»; cfr. «Ritratti su misura», Venezia 1960, pag. 321).

Raggiunta una certa notorietà, una qualche agiatezza, Pasolini abbandonò l'appartamento di via Fonteiana per un altro più grande in via Giacinto Carini (sempre a Monteverde) di proprietà di Attilio Bertolucci. E qualche anno dopo il salto all'EUR, la grande casa di campagna presso Orte, l'apice del benessere.

Ma perché andiamo ricordando tutte queste cose? Perché la lettura di ogni articolo di Pasolini - affronti il tema dell'aborto o quello dei giovani - ci riporta col pensiero a quegli anni, al tavolo stile fratino dietro al quale lo scrittore era seduto, nella casa di via Fonteiana, mentre ci parlava del mondo di «Una vita violenta»?

Forse perché intuiamo, o ci sembra di intuire, che quegli anni, quel «periodo glorioso» della vita dello scrittore sono sempre troppo presenti in lui ogni volta che affronti una tematica politica o sociale.


1) continua...

Pier Paolo Pasolini 1975SAGGI  di Vittorio Saltini
("L'Espresso", s. d. ma 1975)
Pasolini
e il diavolo

Si può essere in disaccordo con parte delle polemiche qui riunite; ma non si può sottovalutare il rovello che le muove, lo sgomento di Pasolini di fronte all'irruzione di quella ch'egli chiama «civiltà consumistica di massa». È chiaro cosa a Pasolini fa orrore; meno cosa egli “vuole” (oltre che ricordarci tale “orrore” e ciò ch'esso ha distrutto). Sposterò il problema nei termini, per me più chiari, in cui lo pose 50 anni fa Ortega y Gasset, considerato a torto un conservatore da progressisti simili a quelli che considerano un reazionario Pasolini.

Per Ortega lo sviluppo economico-sociale ha prodotto la società di massa. Gli uomini-massa (diffusi in tutte le classi, e anche fra gl'intellettuali), rimpinzati di luoghi comuni, affogati nel presente, sprezzanti verso tutto ciò ch'è debole o “superato”, vogliono anzitutto godere, consumare, possedere, apparire. L'uomo non massificato invece esige molto da sé, con tensione autocritica, insegue ideali di difficile realizzazione e modelli umani che onora. Sono sempre abbondati gli uomini-massa. Ma ora la diffusione d'idee illuministiche e ribelli (in sé valide), che lo sviluppo ha posto alla portata di masse sempre più estese, produce la prepotenza dell'uomo-massa, che rivendica ogni potere. In questo, secondo Ortega, c'è del buono: ne nasce l'enorme vitalità della vita moderna, e d'altronde ogni uomo (per quanto uomo-massa sia) ha i diritti di qualunque altro. Ma c'è un pericolo. Come l'aristocratico o il nato ricco, l'uomo-massa è un bambino viziato, che consuma ciò che non è merito suo. Non sa quali sacrifici è costata la civiltà, quanto costa anche solo conservare una convivenza decente. La sua prepotenza è distruttiva, la sua soggezione suicida.

Partendo da Ortega, capisce meglio Pasolini. La «civiltà dei consumi» estende le tendenze massificanti. Potere economico e politico, mettendo l'accento sui diritti al consumo più che su doveri e sacrifici (come invece potere religioso e politico sempre fecero nelle società povere), estende di molto il numero di quelli su cui fin dall'infanzia peserà il modello dell'uomo-massa, che consuma e rivendica soddisfazioni (legittime), ma è sordo all'esigenza d'istanze di vita più ardue. Di rado fra gl'intellettuali democratici c'è coscienza del problema. Pasolini lo impone con toni drammatici, anche se con qualche confusione di piani.

Un tempo, religione e politica inculcavano una condotta virtuosa con la pressione del costume, e la imponevano con leggi repressive o col ricatto economico. Oggi il costume tradizionale crolla, e non si può accettare la costrizione politica alla virtù. Un democratico sarà ostile a forme autoritarie di virtuosismo (imposto agli altri), e trovo sbagliatissima la residua ammirazione di Pasolini per esempi sovietici o per lo stile politico, intimamente autoritario e unanimista, dei nostri comunisti. Modelli di vita non massificata si possono proporre solo a livello etico, pedagogico, estetico: è il compito d'intellettuali, di religiosi, e anche di politici e di chiunque suggerisca ideali implicanti sforzo e differenziazione individuale. Ma, per influenze romantiche, sadiche, utopico-marxiste, pseudo-freudiane, marcusiane, troppi intellettuali di sinistra oggi tendono al contrario: credono solo nella liberazione degli istinti (o dei risentimenti), e nell'affermazione incontrollata del soggetto. Spesso essi sono padri così “antiautoritari” che producono i figli più autoritari e smarriti. E, quanto agli artisti, le “avanguardie” hanno elaborato la mentalità massificata del consumo d' “élite”: culto della “novità” purchessia, e disordinata inflazione dell'inconscio. Pasolini ha da tempo polemizzato contro l'avanguardia. Ma resta il problema: chi elabora poi uno “stile” che esprima l'esigenza d'un diverso modo di vita? Le opere artistiche di Pasolini rispondono a quest'esigenza? Che senso hanno i suoi film recenti in rapporto a ciò ch'egli grida in questi saggi? Quanta parte della sua anima Pasolini ha venduto al diavolo?


Pier Paolo Pasolini
SCRITTI CORSARI,
Garzanti,
lire 4.000

Pier Paolo Pasolini (a)Pier Paolo Pasolini,
ospite scomodo
della letteratura italiana
Non rimpiango
l'età dell'oro
rimpiango
l'età del pane
In «Scritti corsari» e
«[La] Nuova gioventù»,
il senso delle
«provocazioni» pasoliniane:
il progresso è
una funebre illusione.
di Enzo Siciliano
("Il Mondo", 14 agosto 1975, pp. 59 - 62)


Per la letteratura italiana Pier Paolo Pasolini è stato un ospite scomodo fin dagli esordi. I rimproveri che gli sono mossi oggi sono i medesimi di allora: populismo e scandalismo, esibizionismo viscerale e pot-pourri stilistico, demagogia e retorica di contenuti.

Eppure, di quest'ospite, che non lesina provocazioni ai suoi stessi compagni di strada, nessuno riesce a liberarsi come con le violente polemiche vorrebbe. Tralascio le ultime sue sortite sul «Corriere della Sera» a proposito della droga. Sul tavolo ho gli «Scritti corsari» (Garzanti Ed.), dove sono riuniti gli articoli sull'aborto, sul fascismo e sull'antifascismo, sul referendum del 12 maggio ecc., tutti quelli che hanno suscitato cioè acri discussioni e incendiate invettive nell'ultimo anno. Accanto a questo volume ce n'è un altro, «
La nuova gioventù» (Einaudi Ed.), che raccoglie i primissimi versi friulani di Pasolini, i compresi ne «La meglio gioventù» (1941 -'53), accanto agli ultimissimi, ancora in friulano per lo più, che in parte vogliono essere, nei titoli, nelle rime, la ripetizione dei primi, una palinodia per quell'antica stagione poetica ormai irrecuperabile tanto nell'ispirazione quanto nell'universo dei fatti che la promossero. IL mondo non è più quello amato e conosciuto: di questa mutazione Pasolini vuole esprimere l'incidenza che egli verifica in sé come nella società circostante.

La «Vilota» delle «Poesie a Casarsa» del 41-'43 dice (ne do la versione italiana di mano del medesimo Pasolini): «O campi lontani! Mirische! Fresco canto e fresco vado, vostro antico ragazzetto, in mezzo alla morte prodale». La versione '74 risponde: «
Campi lontani! Mirische! Cantando o non cantando, non so come né quando, qualcosa di umano è finito».

Pasolini ha ritrovato il registro musicale della sua giovinezza di poeta: ma su uno strumento accordato ai toni gravi. «La meglio gioventù», il cui primo germe venne salutato come una novità da Gianfranco Contini, sviluppava una musica fin quasi argentina, con punte di estatico e irriferibile suono. «La nuova gioventù», la palinodia d'oggi, trova, in quell'ordine armonico, le note scure, le note dello strazio, anche se, conpuntiglio, si attiene a identici ritmi o, ripeto, a identiche rime. La diversità di colore nasce dal voltarsi i contenuti al rammarico, nel situare ravvicinata un'ombra di morte che già assediava, come un orlo di tramonto, i primi versi. Ma il sentimento della morte dell'oggi non è più ritualità di poesia o approdo estremo del narcisismo stilistico della giovinezza, quanto un accertamento fattuale: «Qualcosa di umano è finito». In cosa consisteva l'«umano» di quel tempo, presente agli uomini prima che essi compissero il giro di boa alla volta dell'inferno?

Entriamo con questa domanda nel dedalo delle provocazioni pasoliniane. L'Italia possedeva «culture particolari e reali», «piccole patrie», «una quantità di mondi dialettali»: era una società agraria compaginata alla base in maniera che la giostra del potere che si svolgeva sulla sua testa non la sconvolgesse. L'aspetto fisico degli uomini, dei «poveri parlanti in dialetto», era tutt'uno con la loro coscienza morale: l'aspetto della povertà è l'aspetto della bellezza, e insieme quello di un registro di valori che resisteva da secoli. Il fascismo ha potuto poco su di esso. Molto o tutto ha potuto quello che Pasolini chiama «il vero fascismo» di oggi. «Il travolgente sviluppo» degli anni sessanta, la veloce acculturazione che ne è seguita, hanno mutato faccia, fisicamente persino, al paesaggio come agli uomini, a un intero paese. È questo nuovo volto, voluto dal progresso, dalle ideologie illuministiche che accompagnano il neocapitalismo, che Pasolini rifiuta: «qualcosa di umano è finito».

La prima provocazione, se mai volessimo numerarle tutte, consiste nel giudizio che il fascismo non ha scalfito le particolari tradizioni delle «piccole patrie» italiane. Il fascismo di ieri, per Pasolini, è un fenomeno storico le cui proporzioni si impiccoliscono in prospettiva. Il fascismo di oggi - probabilmente chiamato così per analogia - deriva dalla rivoluzione antropologica che stiamo vivendo è ciò che l'ha favorita e di cui è insieme imprescindibile sostanza. Il totalitarismo di ieri sarebbe, in conclusione,imparagonabile al totalitarismo camuffatto di oggi.

Quindi, eccoci alla seconda provocazione: trent'anni di falsa democrazia, di falsi miti «laici» hanno alienato del tutto l'Italia da se stessa, l'hanno resa irriconoscibile. Ma cosa ha agito sul paese così da sfigurarlo? Il consumismo, la permissività, la rottura di quell'insieme di valori antichi che hanno resistito a tutti gli urti, da quelli del fascismo storico a quelli dello storico pragmatismo della chiesa cattolica.

In una risposta a Moravia, il 30 gennaio scorso (v. «Scritti corsari», p. 134), Pasolini scrive: «Per te il consumismo c'è e basta, esso non ti tocca se non, come si dice, moralmente, mentre dal punto di vista pratico ti tocca come tocca tutti. La tua profonda vita personale ne è indenne. Per me no, invece. In quanto cittadino, è vero, ne sono toccato come te, e subisco come te una violenza che mi offende: ma come persona (tu lo sai bene) io sono infinitamente più coinvolto di te. Il consumismo consiste infatti in un vero e proprio cataclisma antropologico: e io vivo, esistenzialmente, tale cataclisma che, almeno per ora, è pura degradazione: lo vivo nei miei giorni, nelle forme della mia esistenza, nel mio corpo».

Provocazioni a parte, è - credo - il dato «corporeo», personale e fisico, posto come premessa ad ogni discorso che rende Pasolini un ospite scomodo nella nostra letteratura. Pur sfruttando tutte le mediazioni concettuali possibili, quelle che gli offre la sociologia come la pscicoanalisi, l'antropologia come la stilcritica, egli insiste sulla necessaria riduzione esistenziale del giudizio, sul filtro affatto specifico, individuale cui ogni deduzione logica deve essere sottoposta. La letteratura italiana è avvezza alle più diverse trasmutazioni dell'io lirico - lo stesso D'Annunzio, nel suo esibizionismo, sfruttando la complessa mitologia della cultura decadente, non si sottrasse al fenomeno. In Pasolini assistiamo ad una oggettivazione dell'io che avviene fuori di ogni prevedibile ontologia e attraverso una crudezza di termini a dir poco sconcertanti. Potremmo dire che Pasolini si è stilisticamente liberato dei veli (immagini e indirette metafore) che la cultura borghese ha predisposto attorno al nucleo individuo della personalità dello scrittore. Pasolini non teme lo sconfinamento nel fisiologico: sin da «Le ceneri di Gramsci» mise in chiaro che il proprio dissidio con l'ideologia marxista scaturiva dal «buio delle viscere».

Ebbene, quel che conta, a questo punto, non è esprimere consenso o ripulsa alle proposte di uno scrittore così fatto, ma considerare il peso e il profilo culturale dei contenuti di cui si fa teatro il suo io.

Il fascio di contraddizioni che questo io lascia incomposto, pur fissandone ciascuna nei suoi dettagli, non esorbita dall'orizzonte della crisi dei valori umanistici: solo che l'umanismo per Pasolini non è qualcosa da confutare o lasciar morire, quanto da rigenerare.



1) continua...
martedì, 17 novembre 2009

Pasolini (IV)Lettere luterane
(O.d.B.
[Oreste del Buono],
Linus, s.d.)


«Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predeterminazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti. È il coro - un coro democratico - che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale. Confesso che questo tema del teatro greco io l'ho sempre accettato come qualcosa di estraneo al mio sapere, accaduto “altrove” e in un “altro tempo”. Non senza una certa ingenuità scolastica, ho sempre considerato tale tema come assurdo e, a sua volta, ingenuo, “antropologicamente” ingenuo. Ma poi è arrivato il momento della mia vita in cui ho dovuto ammettere di appartenere senza scampo alla generazione dei padri...»
Questo è il drammatico inizio del saggio «I giovani infelici» che apre il volume postumo di Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, appena pubblicato da Einaudi. Il saggio è degli inizi dell'ultimo anno di vita di Pasolini e anticipa il tema centrale del volume, raccolta degli articoli apparsi sulle colonne del Corriere della Sera e del Mondo contro l'Italia, appunto, del 1975, distrutta dal consumismo come e peggio l'Italia del 1945. Queste pagine feroci di paradossi e di abbandoni parlano soprattutto dei figli, della sorte orribile che pare minacciare i figli, e ci riportano, intero, lo scandalo dell'esistenza di Pasolini.

Qualche settimana fa mi è capitato di parlare alla Casa della cultura di Milano in ricordo di Pasolini, insieme con gente che probabilmente lo ha conosciuto molto meglio di me, come Giancarlo Ferretti, il critico che gli ha dedicato tanta attenzione, Claudio Petruccioli, condirettore de l'UnitàGianni Borgna della  federazione giovanile comunista. A un certo punto, mi è capitato, lo confesso, ingenuamente, di protestare perché Petruccioli sosteneva che, scomparso l'equivoco della polemica di Pasolini, era arrivato finalmente il momento di studiarne l'opera. Io ho preferito e preferirò sempre il Pasolini vivo, il Pasolini polemista, che magari mi faceva arrabbiare, perché mi toccava nelle mie convinzioni, al Pasolini  artista. Anzi, accumulo ingenuità su ingenuità, continuando a confessarmi, l'opera propriamente detta di Pasolini, la sua letteratura, mi ha interessato e mi interesserà sempre poco (a parte Le ceneri di GramsciAccattone). Credo che molti altri la pensino come me, non mi illudo certo di essere originale, e a quelli che la pensano come me (messo comunque subito a tacere l'altra sera da PetruccioliFerretti) segnalo Lettere luteraneLettere luterane mi ha commosso e spaventato dal principio alla fine. È nell'ultimo testo della raccolta «Intervento al Congresso del Partito Radicale» (il testo che la morte impedì a Pasolini di leggere personalmente al congresso) che sono contenute queste righe da meditare: «Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera molto nella nuova generazione di comunisti... Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora, io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall'uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o, se vogliamo, del suo patto formale. Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un'autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani...».
Speriamo.


Pier Paolo Pasolini,
Lettere luterane,
Einaudi, 1976,
lire 4.000
domenica, 15 novembre 2009

Livia Candiani (foto di Domenico Di Raco)
Chandra
Livia Candiani



I morti sull’albero del giardino
guardano il mio tentativo di vivere
e premurosi chiedono al pino
con mille aghi di pungermi
l’anima le mani la faccia
per interrompere i mille gorghi
di un – Arrivederci. – - Come sta? –
- A domani! – .



***



Non ai morti
si addice la tristezza
ma al bugiardo
perdurare dei vivi.



***



Per noncuranza o per sfida
feriscono i viventi
nessuno porta alla mente
la delicata trama
che ci sospende all’attimo
nessuno s’inchina
al mortale universo
dell’altro.



***



Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.



***



Non più protetti
non più spinti all’aperto
dalla parola, volatile
dalle ali spalancate,
i morti
salgono la china del silenzio
e a braccia spiegate
si gettano nella dimenticanza.



***



Lievi le mani della poesia
intorno alla morte
lievi.
Sorreggono appena
il corpo appassito
la bellezza stanca
che non eccita e non riposa,
ma fatti lieve
entra nella delicata soglia
che non regge ma solleva
soffio candido
nemmeno una parola
un balbettio
di noci che rotolano
di gusci che si aprono
fiore di mandorlo
è il respiro,
che finisce.



***



La notte avanza
minuscola,
assoluta,
minaccia di chiodi
gli occhi.
Sulla faccia
c’è il cielo
e sopra il cielo
il cielo,
di cui solo il buio ha memoria.

- Perché l’amore si rompe? -
il bambino Juri interroga il senso.
Ho paura per te Juri,
ho paura per tutti,
per tutti di notte
spengo piano,
piano
le luci,
una,
a una,
adagio,
per non disorientare
il male.



***



E’ nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. E’ un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.






Non alla terra
né al volo delle foglie
somigliano i morti
in autunno
ma al dolce
fallire dell’estate.

 



*



Non più protetti
non più spinti all’aperto
dalla parola, volatile
dalle ali spalancate,
i morti
salgono la china del silenzio
e a braccia spiegate
si gettano nella dimenticanza.



*



In forma di prefazione

Mia madre è un passero cattivo
urla prima di mangiare
urla prima di dormire
nel cuore della notte
urla,
ma il suo corpo
sta nel palmo di una mano
e si affaccia al davanzale
le lanciano molliche di pane.



*



Sognando un enorme fiore bianco
sorretto per il pesante gambo
la corolla poggia lieve su una spalla
e i lunghi petali – bianchi –
volano via chiamati
a uno a uno per cognome:
mamma disfatta nel nulla
mamma aria
parole d’oracolo
mi seminano sulla spalla
il nulla
madre.



*



Quel che ora provo per te
non è distacco
ma imparziale abbandono
all’assoluta polvere
di nome e forma
posso anche dimenticarti
madre ora
che sei cerniera
che apre e chiude
di legami i mondi.



*



Ti amo come
ho amato il tuo abisso,
di solito degli esseri
io amo il bacio
dell’orma sul terreno,
la tua era scucita
e non lasciava segni
se non come nuvole e uccelli
segni di aria
liberata.



*



E invece sì
tutti gli oggetti cinguettano
quando lo sguardo li coglie
devoti servitori
molecole legate
dal soffio di un concetto,
che paura abbiamo allora
che il mondo vada a pezzi
e ferro e porcellana
facciano ritorno
alla terra e alla montagna.
Senza scia
sarebbe allora
il peso già lieve
di nostre mani
nella sartoria celeste.



*



E’ nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. E’ un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.



*



Abito nella tua voce
e quando tace
il silenzio è alato
abito sotto la violenza
delle tue ali
e quando il silenzio
è sommerso dai rumori
essi sono il cuore del mondo
abito nel mondo
e le piume del mondo
sanno che la bellezza esiste:
“Quando arriverà il tuo passo
metterò una conchiglia sopra la soglia
e nell’aprirla
i frantumi volando
reciteranno il tuo nome.”





La barca dei morti
che non sanno dove andare
si ferma al tappeto dei tuoi pensieri
alla fontana dei ricordi
a levarsi gli abbracci
prima delle nuvole
in cui anonimi scomparire.

*

Il morto che ha paura di vivere
si alza di notte
rassetta la terra
cambia l'acqua ai fiori
della tomba
si siede a guardare le stelle
da lontano, sfugge
le rassicuranti chiacchiere
dei vissuti, ora come allora,
spiega l'anima stanca
come un tempo i vestiti
e a un tratto la terra
gli si rivela
piccola e minuziosa
nei solitari compiti
di fiorire e tramontare.


*


Era amato anche
il tuo corpo morto
con i calzini a scacchi
e la maglia troppo grande
da vecchina monello
niente di solenne
te ne stavi lì
scappata via
nel sacro.





Vorrei guardare il mondo
con occhi di nonna,
perle svagate e tenere,
accarezzarlo
come un vecchio malato
respirare
la sua aria di pestilenza
come odori notturni di bambino.
Non temo
le sue malattie
ma i suoi gioielli acuminati
non le sue polveri sottili
ma la distanza
della guerra candida.



Mi manca
il mondo,
come una rete di pioggia
sopra il palato lacerato
di poeta.




I momenti seduti
con te
sono strappati
al petto trafitto del mondo,
le frecce abbandonate
sul pavimento
preghiamo
di avere memoria
e sguardi senza orizzonte,
puntati,
qui.




Di guerrieri vestiti di filo spinato
ha bisogno il mondo,
di sacra ira
di occhi spalancati
a bere
la sua notte di sangue
secco.
Cosa si dice
quando si dice
mondo
palla nella pancia
che ingravida
o uccide
palla al piede
o quadrato ardente
di significati
rete?




Resta a casa
con il fuoco della cucina
e il vento
dell’aspirapolvere,
ogni oggetto del mondo
li contiene uno per uno
i suoi
fratelli:
liberali tutti!




Nelle contate ore
del nulla quotidiano
si aggira il tuo respiro
sempre più simile a un lamento,
solo umano senza supplica.
mi scrivi nell’anima
il tuo corpo : all’incrocio
tra qui e nessun luogo
ci concedi la tua urina e la tua voce
divinamente neutra :
“non so più cosa è bene
e cosa è male.”

dicembre 00





*



Strano mettere la data
alle lettere come fossero
valide solo per oggi come
rassicurandosi di non poterle
rileggere domani. strano sapere
che tutto varia indefinitamente
strano mettere il luogo da
cui vengono scritte e non
quello da cui partono
non : dal cuore per un attimo
dall’anima prevedibilmente
per sempre, dal corpo
per una notte che lo riduca
in cenere.

ottobre 96




*



Tu mi sei d’aiuto
a star male
e mi sei anche d’aiuto
a vedere che il male
passa e anche il bene
passa tu mi sei d’aiuto
a equilibrarmi sugli abissi
non voltar via la faccia
e non gettarmi
a precipizio. sto col respiro,
quasi aggrappata
al respiro e aspetto
che fuori dalla finestra
non finisca di piovere.

ottobre 96




*



Dove sei quando sei qui
da quale lontano vengono
gli abbracci e perché
ai sorvegliati confini
dei corpi si fermano
che cappotto di fumo
indossi in cucina sotto
la cappa della tua sigaretta
quali sentinelle metti
al paesaggio della tua faccia
perché non mi sorrida
mentre mi urli insulti
sfoderi il mio passato
come un atto d’accusa
di quali tribunali
è capace il cuore
non urlarmi il silenzio
quando non sei più
né qui né qui.

ottobre 96





*



Finita finita finita
non la vita ma il percorso
che portava fino a te
una barchetta di foglie
azzurra galleggia
dalla fontana al fiume
dal fiume al mare
dal mare al nulla
non hai saputo aspettare
la lettera mai scritta.

novembre 96





*



Non un altro amore
ma un senza guadagno
sperdimento strade a raggera
da un centro di vertiginoso vuoto
mi lascio conquistare
pezzo per pezzo
come una terra estranea
da un senza intenzione
casuale esercito di sfuocata
gentilezza, guardami gatto
nemmeno io ho paura
dell’estate sotto la pelliccia
della mia pelle ferita
ricucita ferita.

giugno 96




*



Un corvo cupo all’alba
sull’albero vicino alla finestra
grida e singhiozza
singhiozza singhiozza
e grida. Apro la finestra
“cra-cra, cra-cra anch’io
anch’io cra-cra
cra-cra anch’io.”
gli grido smisurata amante
del dolore animale del loro
stupore dentro il male.
se ne va svanisce leggero
con volo vellutato
gli è bastato
senza motivo apparente
solo un sentiero nel fitto
del niente.

giugno 99




*



La tua rosa si è sfogliata
come per un vento leggero
non è rimasto lo stelo vuoto
ma il profumo
dell’uccello appena volato
via
non siamo rose
né uccelli
né il vento
ma l’attesa di soffiare
di volare
di sbocciare.

settembre 99




*



Muori rivolta verso l’interno
come foglia che cadendo indugia
abbagliata dalla gialla danza
forse nessuna terra aspetta
ma certo chiama e l’aria
ti accompagna devota entrando
e uscendo dalla tua conchiglia
insieme alle voci sommesse
degli amici e della telenovela
che guardiamo religiosamente insieme
lasciati andare alla campana
che ti fa risuonare lasciati
amare da quella probabile
accoglienza che nessuno conosce
ma di cui ognuno è certo
lasciaci andare noi morenti
ti stanno spuntando le ali
di neve e nuvole segui
il fragoroso silenzio che ci spegne.

dicembre 00



Livia Candiani (ritratta da Domenico Di Raco)

Martedì 17 novembre 2009
ore 11 (in replica alle 23)
su www. radiotreccia. it
Gli insetti preferiscono
le ortiche.
Donne in poesia.
(24)
A cura di gdc e Maria D'Ascia
SPECIALE
IN DIRETTA
DA MILANO
intervista - lettura
di 

Chandra Livia Candiani in un ritratto di Domenico Di Raco( I ritratti di Livia sono di Domenico Di Raco)



Chandra
Livia Candiani


sabato, 14 novembre 2009

Il Loto nasce nel fango...

 Paolo Di Costanzo
 15 maggio 1917 - 14 novembre 2005



“Non vi è né nascita né morte, non vi è esistenza in questo mondo né estinzione. Non è reale né illusorio, non è così né diverso. Non è così come viene percepito da coloro che vi dimorano...”

(dal sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, Durata della Vita)

 

Loto3“La vita di Suo padre sembra chiusa; ma nulla si chiude. Voi tutti che lo avete amato lo portate in voi, per sempre, come una rara ricchezza. Lacrime e gioia insieme, per sempre. E di lui che era così amato, chi può assicurare veramente qualcosa sul Suo oggi?

 

In realtà, ciò che è nato non muore mai. Solo, tramonta...

 

E non dica mai la parola «morto»... Dica «partito...»

 

(da una lettera di Anna Maria Ortese a Franz Haas, 8 ottobre 1996)

venerdì, 13 novembre 2009

Caso Cucchi, ecco gli indagati

«PESTATO IN TRIBUNALE»

 

Sei indagati nell'inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi, l'uomo di 31 anni morto il 22 ottobre al Sandro Pertini, dopo essere arrestato per droga il 15 ottobre. Sono gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, 40 anni, Corrado Santantonio, 30 anni, e Antonio Dominici, 42 anni, le persone indagate dalla procura di Roma per la morte di Stefano Cucchi. I tre, è scritto nell'avviso di garanzia, sono accusati di omicidio preterintenzionale per aver colpito Cucchi «in data 16 ottobre, con calci e pugni, dopo averlo fatto cadere, cagionandone la morte, avvenuta il 22 ottobre». Il personale dell'ospedale Sandro Pertini coinvolto nelle indagini sotto il profilo dell'omicidio colposo, sono il primario Aldo Fierro, 60 anni, responsabile del reparto penitenziario dell'ospedale, ed i medici Stefania Corbi, 42 anni, e Rosita Caponetti, 38 anni. Nell'avviso di garanzia si dice che avrebbero «omesso le dovute cure» al paziente cagionandone
la morte.

Secondo la procura di Roma, Cucchi ha subito un pestaggio mentre era nelle celle di sicurezza del tribunale, poco prima di essere portato in udienza per la convalida dell'arresto. Il geometra di 31 anni sarebbe «stato scaraventato a terra», avrebbe subito «una sederata pesantissima», che potrebbe aver determinato le fratture di due vertebre. Non è da escludersi che sia stato anche preso a calci e pugni. «Il giovane - si spiega a piazzale Clodio - quasi certamente è stato scaraventato a terra e picchiato quando era senza difese». La dinamica dei fatti è stata fornita agli inquirenti dai consulenti medico legali, che hanno riesaminato quanto era stato verificato nel corso dell'autopsia. A questo si sono aggiunte le parole del cosiddetto supertestimone, un detenuto, immigrato, che scambiò alcune battute con Cucchi. 

I medici dell'ospedale Sandro Pertini, che per alcuni giorni hanno avuto in cura Stefano Cucchi, avevano tutti gli strumenti per alimentarlo e idratarlo anche se il paziente rifiutava ogni assistenza. È questo il motivo che ha spinto la procura ha indagato tre medici per omicidio colposo. «Si tratta di un eccesso di garanzia», hanno spiegato a piazzale Clodio, «così possono nominare un proprio consulente in vista della riesumazione della salma».

Ignazio Marino aveva annunciato la possibilità che dei medici fossero coinvolti nella vicenda. Sarebbero infatti emerse delle contraddizioni tra le varie audizioni dei medici che a vario titolo hanno avuto a che fare con Stefano Cucchi. «Per questo abbiamo deciso di secretare tutti gli atti, cosa che finora non avevamo fatto, e anche di cambiare la modalità di audizione, sentendo i sanitari uno per uno». Secondo il senatore Pd in particolare ci sarebbero delle discrepanze in relazione alle lesioni del giovane romano. «In quanto commissione d'inchiesta - aveva aggiunto Marino - abbiamo chiesto specificamente quali trattamenti sono stati effettuati sul ragazzo».

13 novembre 2009 -"l'Unità"
giovedì, 12 novembre 2009

«Luigi PintorRossana RossandaAlberto MoraviaFranco CordelliLaura BettiDarioElio PecoraGiorgio ManacordaRenzo ParisIdroscaloIdroscalo, 2 novembre 1975Pasolini (2)Pasolini (3)Pasolini (4)Pasolini /
2 novembre 1976
[sic!], un umido mattino. Mi telefona Franco Cordelli. «Hanno ammazzato Pasolini», dice. Con Moravia e Pecora corriamo a Ostia. Poi, con la Betti, Bellezza, Pintor, la Rossanda, le discussioni: era un delitto politico? E i ricordi: quando PPP mi disse: «Ormai sono uno scrittore postumo»
Quella
mattina
all'Idroscalo
di Renzo Paris
(“Paese Sera”, 2 novembre 1986)


Mi telefona la mattina presto di un umido novembre il mio amico Franco Cordelli: «Non sai niente?» esordisce. «No», rispondo, «che cosa è successo?». «Hanno ammazzato Pasolini». Non ci volevo credere. Poteva essere un brutto scherzo dei suoi numerosi nemici. «Renzo, ti dico che hanno ammazzato Pasolini all'Idroscalo di Ostia». Riabbassai e telefonai a Moravia. «Sì, se vieni subito andiamo insieme a Pecora, all'Idroscalo, con la sua macchina». Mi precipito sul lungotevere dove abita Moravia, saliamo su una Wolkswagen un po' vecchiotta con Elio e Glauco e corriamo verso Ostia. Prima dell'Idroscalo chiediamo a un bar indicazioni. Dopo un po' ci accorgiamo di essere seguiti da due grosse moto giapponesi cavalcate da individui sulla quarantina, poco rassicuranti. Arrivammo sullo spiazzo, che il corpo di Pasolini era stato rimosso e c'erano segni dappertutto, pietre al posto del corpo. Paesaggio pasoliniano quanti altri mai, venne in mente a tutti. «Tanto va la gatta al lardo» canticchiava Moravia, nella sua ironia illuministica su tutto, compresa la morte. Ora si era ammutolito. Un giornalista del «Corriere» era già sul posto, poi venne la televisione e tutto si fece più cupo. Smettemmo di immaginare come poteva essere avvenuto. Valutammo il legno della staccionata, un legno così non poteva uccidere un uomo.


Mi convinsi che non era stato uno solo, per quanto abile, a uccidere il poeta, ma un gruppo, anche se non direttamente per motivi politici. Più tardi, a casa della Betti, vedendo nascere il libro delle persecuzioni [Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte.  ... “in un paese orribilmente sporco...” (Pier Paolo Pasolini); Comitato promotore: Fernando Bandini - Dario Bellezza - Filippo Bettini - Corradino Castriota - Tullio De Mauro - Giancarlo Ferretti - Franco Fortini - Francesco Leonetti - Nino Marazzita - Pietro Mastroianni - Franco Misiani - Alberto Moravia - Francesco Muzzioli - Renzo Paris - Agostino Pirella - Carla Rodotà - Stefano Rodotà - Luigi Saraceni - Gianni Scalia - Enzo Siciliano - Mario Spinella - Lietta Tornabuoni - Marco Ventura - Paolo Volponi - Andrea Zanzotto; a cura di Laura Betti,  hanno partecipato e contribuito:  Franca Basaglia, Sandro Bencivenni, Arrigo Benedetti, Alfonso Berardinelli, Maria Letizia Berardinelli, Carmen Bertolazzi, Daniela Bezzi, Biblioteca Alessandrina, Beatrice Bruciferri, Ferdinando Bruno, Adele Cambria, Mauro Caproni, Mario Cartone, Fabio Luca Cavazza, Grazia Cherchi, Luigi Chiellino, Giuseppe Chiocchetti, Remo Croce, Maria Luisa De Rocco, Paolo De Rocco, Carlo Di Majo, Franco Fedeli, Loris Fortuna, Donata Gallo, Ettore Gallo, Sandro Gennari, Amedeo Giacomini, Ferdinando Giovannini, Emanuele Golino, Istituto Gramsci, Davide Grieco, Ugo La Malfa, Romano Ledda, Lù Leone, Mario Lizzero, Franco Luberti, M. Antonietta Macciocchi, Giorgio Manacorda, Dacia Maraini, Luca Marmiroli, Ferdinando Mautino, Barnaba May, Roberto Mazzucco, Amedeo Oliva, Silvana Ottieri, Elio Pecora, Walter Pedullà, Rolando Preti, Pasquale Prunas, Renzo Riva, Tiziano Rizzo, Roberto Roversi, Pino Salmé, Antonino Scaini, Raffaele Scarnati, Bianca Guidetti-Serra, Dino Squizzato, Vincenzo Summa, Giuseppe Susanna, Aldo Tortorella, Antonello Trombadori, Sergio Vacher, Bianca Valentini, Susanna Vallorani, Gigi Vecchi, Beppe Zigaina; Introduzione di Laura Betti; Prefazione di Alberto Moravia; Post-scriptum di Livio Garzanti; 
Garzanti, Milano, 1977, pp. 407, Lire 5.500], il lato politico mi sembrò uno dei più probabili. Insomma, se non era stato ammazzato direttamente dai fascisti, quello era certamente un delitto fascista. Dario Bellezza invece gridava che era un delitto omosessuale e che solo gli omosessuali potevano spiegarlo, come poi raccontò nel suo [infelice] libro sulla morte del poeta. Al «Manifesto» ci fu una riunione su Pasolini molto movimentata. Pintor insisteva nella sua linea di Pasolini  corruttore di giovani, la Rossanda invece era daccordo con me. Il mio articolo era polemico nei confronti di Sanguineti che lo aveva maltrattato anche dopo morto. Lo defini semplicemente «sciacallo». Il giorno dei funerali, prima che il feretro si spostasse dalla Casa della cultura e la folla confluisse a piazza Giordano Bruno, nei pressi di piazza Navona, attraversando imbambolato le strisce, mi sentii apostrofato da dei giovanotti dentro una macchina «Guarda che te famo come a Pasolini».


Quella morte era già diventata un esempio. La mattina avevo incontrato uno scrittore belga, Pierre Mertens, con il quale avevamo commentato un po' le polemiche che si erano scatenate sui giornali sulla morte di Pasolini. Mertens era venuto per il suo giornale, per raccontare i funerali del poeta. Sentii nelle sue parole la stima immensa che gli scrittori stranieri avevano in Pasolini come regista. Scoprii che invece il Pasolini poeta che tanto avevo amato, lo conoscevano in pochi. Moravia, gridò in mezzo alla folla, «Di poeti così ne nascono pochi, uno o due per secolo». La commozione gli chiuse la gola. Elsa Morante urlò: «Evviva la poesia!». Nessuno pareva rassegnato a una tale fine. Quando poi uscirono le orribili foto sull'«Espresso», capimmo che quella morte si era fusa con i media.


Quando mi abbandonai ai ricordi mi venne in mente la prima volta che lo incontrai. Ero ventenne, correggevo le bozze della rivista a cui collaboravo, «Nuovi argomenti», di cui Pasolini era condirettore. Portavo a casa sua all'Eur le bozze di un suo dramma.


Le doveva correggere davanti a me e subito riconsegnarle. I tipografi non concedevano altro tempo. Così, in una casa vuota, Pasolini mi fece accomodare davanti al suo tavolo da lavoro. Mi colpì un candelabro sulla sua destra. Mi richiamò odori di messe lontane, che avevo frequentato nella mia infanzia abruzzese. Era un oggetto di lusso, non un volgare candelabro.


Mi colpì la nudezza della stanza e il finestrone da cui pioveva una luce soffusa, chiara. Pasolini restò in silenzio. Lo guardavo. Tossicchiò. Ma nei movimenti e nel modo di correggere, mi accorgevo che voleva dirmi che aspettassi con pazienza, ma anche che mi scoprissi in qualche modo. Mi avrebbe fatto delle domande. Così, a merce riconsegnata, Pasolini mi spiegò come dovevo fare per tornare a casa in autobus. Poi mi chiese che cosa stavo scrivendo e gli risposi che gli avrei fatto leggere il mio primo romanzo. Lo incontrai di nuovo nella stessa casa con Dario Bellezza. Ci propose di tradurre Apollinaire Verlaine, dicendo che c'era un editore disposto a farlo, che in fondo era bello tradurre insieme due poeti di tal schiatta. Bellezza poi rifiutò il suo Verlaine, mentre io portai a termine la versione del mio Apollinaire. E soprattutto ci raccomandò di «dimenticare l'avanguardia», di dimenticarla presto, perché altrimenti avrebbe rapidamente fatto di noi due alienati, due mostri. Che cosa c'entravamo io e Dario con l'avanguardia?


Qualche giorno prima di essere ucciso, mi sentii chiamare da quella voce inconfondibile su un marciapiede di via del Babuino. Mi precipitai. Mi portò dentro un negozio d'antiquariato e mi pregò di dargli una mano a trasportare una sedia d'epoca di cui si era innamorato e che aveva appena acquistato. Si trattava di afferrarla da un lato, ché all'altro ci avrebbe pensato lui. Così, con quella strana sedia in mezzo, percorremmo via del Babuino sotto lo sguardo dei curiosi. Aveva parcheggiato la macchina su Trinità dei Monti e voleva fare le scale per raggiungerla. Gli suggerii di fare una strada in salita e con aggiunta di scalette per arrivare prima e con meno fatica. Mi confessò che quella strada non l'aveva mai fatta. «C'è sempre da imparare qualcosa dalla vita» mi disse. Gli chiesi notizie del suo romanzo. Mi rispose che il suo «romanzaccio» sarebbe apparso soltanto post-mortem, che non aveva voglia di pubblicarlo in vita e che comunque ci sarebbero voluti anni prima di finirlo. «Ormai sono uno scrittore postumo», mi disse guardandomi fisso, per leggere nel mio volto i segni di qualche meraviglia. Inserimmo la sedia sui sedili posteriori e montai anch'io sulla sua macchina. Mi accompagnò fino alla stazione, dove mi lasciò frastornato.


Questa volta, la sua vena pedagogica era stata ancor più stilettante. Mi disse che vivevo, che vivevamo sempre con la dietrologia per qualsiasi stupidaggine, che nel frattempo, a forza di adorare le manie di persecuzione, non vedevamo il bel solicello di ottobre, la bella nottata che si preannunciava. Era vero, volevo convincerlo a non farsi strumentalizzare dai partiti e dai giornali, ma ero io il figlio traviato, e ben mi stava.


Così quella mattina che Franco mi annunciò la sua barbara morte, mi addolorai ancor più per non avergli potuto spiegare che non era paranoia la mia.


Per Pasolini la paura di essere strumentalizzati era debolezza. L'intellettuale nella sua immaginazione, doveva essere senza macchia e senza paura; non c'erano baratti possibili per chi aveva in mente una sua battaglia da fare.


1) continua...