

Ragazzo dalla faccia onesta
e puritana, anche tu, dell’infanzia,
hai oltre che la purezza la viltà.
Le tue accuse ti fanno mediatore che porta
la sua purezza – ardore di occhi azzurri,
fronte virile, capigliatura innocente -
al ricatto: a relegare, con la grandezza
del bambino, il diverso al ruolo di rinnegato.
No, non la speranza ma la disperazione!
Perché chi verrà, nel mondo migliore,
farà l’esperienza di una vita insperata.
E noi speriamo per noi, non per lui.
Per costruirci un alibi. E questo
è anche giusto, lo so! Ognuno
fissa lo slancio in un simbolo,
per poter vivere, per poter ragionare.
L’alibi della speranza dà grandezza,
ammette nelle file dei puri, di coloro,
che, nella vita, si adempiono.
Ma c’è una razza che non accetta gli alibi,
una razza che nell’attimo in cui ride
si ricorda del pianto, e nel pianto del riso,
una razza che non si esime un giorno, un’ora,
dal dovere della presenza invasata,
della contraddizione in cui la vita non concede
mai adempimento alcuno, una razza che fa
della propria mitezza un’arma che non perdona.
Io mi vanto di essere di questa razza.
Oh, ragazzo anch’io, certo! Ma
senza la maschera dell’integrità.
Tu non indicarmi, facendoti forte
dei sentimenti nobili – com’è la tua,
com’è la nostra speranza di comunisti -
nella luce di chi non è tra le file
dei puri, nelle folle dei fedeli.
Perché io lo sono. Ma l’ingenuità
non è un sentimento nobile, è un’eroica
vocazione a non arrendersi mai,
a non fissare mai la vita, neanche nel futuro.
Gli uomini belli, gli uomini che danzano
come nel film di Chaplin, con ragazzette
tenere e ingenue, tra boschi e mucche,
gli uomini integri, nella salute
propria e del mondo, gli uomini
solidi nella gioventù, ilari nella vecchiaia
- gli uomini del futuro sono gli UOMINI DEL SOGNO.
Ora la mia speranza non ha
sorriso, o umana omertà:
perché essa non è il sogno della ragione,
ma è ragione, sorella della pietà.
Buon compleanno
Lo scrittore
SAGGI di Vittorio Saltini
Pier Paolo Pasolini,
Lettere luterane
Chandra
Livia Candiani
I morti sull’albero del giardino
guardano il mio tentativo di vivere
e premurosi chiedono al pino
con mille aghi di pungermi
l’anima le mani la faccia
per interrompere i mille gorghi
di un – Arrivederci. – - Come sta? –
- A domani! – .
***
Non ai morti
si addice la tristezza
ma al bugiardo
perdurare dei vivi.
***
Per noncuranza o per sfida
feriscono i viventi
nessuno porta alla mente
la delicata trama
che ci sospende all’attimo
nessuno s’inchina
al mortale universo
dell’altro.
***
Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.
***
Non più protetti
non più spinti all’aperto
dalla parola, volatile
dalle ali spalancate,
i morti
salgono la china del silenzio
e a braccia spiegate
si gettano nella dimenticanza.
***
Lievi le mani della poesia
intorno alla morte
lievi.
Sorreggono appena
il corpo appassito
la bellezza stanca
che non eccita e non riposa,
ma fatti lieve
entra nella delicata soglia
che non regge ma solleva
soffio candido
nemmeno una parola
un balbettio
di noci che rotolano
di gusci che si aprono
fiore di mandorlo
è il respiro,
che finisce.
***
La notte avanza
minuscola,
assoluta,
minaccia di chiodi
gli occhi.
Sulla faccia
c’è il cielo
e sopra il cielo
il cielo,
di cui solo il buio ha memoria.
- Perché l’amore si rompe? -
il bambino Juri interroga il senso.
Ho paura per te Juri,
ho paura per tutti,
per tutti di notte
spengo piano,
piano
le luci,
una,
a una,
adagio,
per non disorientare
il male.
***
E’ nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. E’ un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.
Non alla terra
né al volo delle foglie
somigliano i morti
in autunno
ma al dolce
fallire dell’estate.
*
Non più protetti
non più spinti all’aperto
dalla parola, volatile
dalle ali spalancate,
i morti
salgono la china del silenzio
e a braccia spiegate
si gettano nella dimenticanza.
*
In forma di prefazione
Mia madre è un passero cattivo
urla prima di mangiare
urla prima di dormire
nel cuore della notte
urla,
ma il suo corpo
sta nel palmo di una mano
e si affaccia al davanzale
le lanciano molliche di pane.
*
Sognando un enorme fiore bianco
sorretto per il pesante gambo
la corolla poggia lieve su una spalla
e i lunghi petali – bianchi –
volano via chiamati
a uno a uno per cognome:
mamma disfatta nel nulla
mamma aria
parole d’oracolo
mi seminano sulla spalla
il nulla
madre.
*
Quel che ora provo per te
non è distacco
ma imparziale abbandono
all’assoluta polvere
di nome e forma
posso anche dimenticarti
madre ora
che sei cerniera
che apre e chiude
di legami i mondi.
*
Ti amo come
ho amato il tuo abisso,
di solito degli esseri
io amo il bacio
dell’orma sul terreno,
la tua era scucita
e non lasciava segni
se non come nuvole e uccelli
segni di aria
liberata.
*
E invece sì
tutti gli oggetti cinguettano
quando lo sguardo li coglie
devoti servitori
molecole legate
dal soffio di un concetto,
che paura abbiamo allora
che il mondo vada a pezzi
e ferro e porcellana
facciano ritorno
alla terra e alla montagna.
Senza scia
sarebbe allora
il peso già lieve
di nostre mani
nella sartoria celeste.
*
E’ nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. E’ un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.
*
Abito nella tua voce
e quando tace
il silenzio è alato
abito sotto la violenza
delle tue ali
e quando il silenzio
è sommerso dai rumori
essi sono il cuore del mondo
abito nel mondo
e le piume del mondo
sanno che la bellezza esiste:
“Quando arriverà il tuo passo
metterò una conchiglia sopra la soglia
e nell’aprirla
i frantumi volando
reciteranno il tuo nome.”
Nelle contate ore
del nulla quotidiano
si aggira il tuo respiro
sempre più simile a un lamento,
solo umano senza supplica.
mi scrivi nell’anima
il tuo corpo : all’incrocio
tra qui e nessun luogo
ci concedi la tua urina e la tua voce
divinamente neutra :
“non so più cosa è bene
e cosa è male.”
dicembre 00
*
Strano mettere la data
alle lettere come fossero
valide solo per oggi come
rassicurandosi di non poterle
rileggere domani. strano sapere
che tutto varia indefinitamente
strano mettere il luogo da
cui vengono scritte e non
quello da cui partono
non : dal cuore per un attimo
dall’anima prevedibilmente
per sempre, dal corpo
per una notte che lo riduca
in cenere.
ottobre 96
*
Tu mi sei d’aiuto
a star male
e mi sei anche d’aiuto
a vedere che il male
passa e anche il bene
passa tu mi sei d’aiuto
a equilibrarmi sugli abissi
non voltar via la faccia
e non gettarmi
a precipizio. sto col respiro,
quasi aggrappata
al respiro e aspetto
che fuori dalla finestra
non finisca di piovere.
ottobre 96
*
Dove sei quando sei qui
da quale lontano vengono
gli abbracci e perché
ai sorvegliati confini
dei corpi si fermano
che cappotto di fumo
indossi in cucina sotto
la cappa della tua sigaretta
quali sentinelle metti
al paesaggio della tua faccia
perché non mi sorrida
mentre mi urli insulti
sfoderi il mio passato
come un atto d’accusa
di quali tribunali
è capace il cuore
non urlarmi il silenzio
quando non sei più
né qui né qui.
ottobre 96
*
Finita finita finita
non la vita ma il percorso
che portava fino a te
una barchetta di foglie
azzurra galleggia
dalla fontana al fiume
dal fiume al mare
dal mare al nulla
non hai saputo aspettare
la lettera mai scritta.
novembre 96
*
Non un altro amore
ma un senza guadagno
sperdimento strade a raggera
da un centro di vertiginoso vuoto
mi lascio conquistare
pezzo per pezzo
come una terra estranea
da un senza intenzione
casuale esercito di sfuocata
gentilezza, guardami gatto
nemmeno io ho paura
dell’estate sotto la pelliccia
della mia pelle ferita
ricucita ferita.
giugno 96
*
Un corvo cupo all’alba
sull’albero vicino alla finestra
grida e singhiozza
singhiozza singhiozza
e grida. Apro la finestra
“cra-cra, cra-cra anch’io
anch’io cra-cra
cra-cra anch’io.”
gli grido smisurata amante
del dolore animale del loro
stupore dentro il male.
se ne va svanisce leggero
con volo vellutato
gli è bastato
senza motivo apparente
solo un sentiero nel fitto
del niente.
giugno 99
*
La tua rosa si è sfogliata
come per un vento leggero
non è rimasto lo stelo vuoto
ma il profumo
dell’uccello appena volato
via
non siamo rose
né uccelli
né il vento
ma l’attesa di soffiare
di volare
di sbocciare.
settembre 99
*
Muori rivolta verso l’interno
come foglia che cadendo indugia
abbagliata dalla gialla danza
forse nessuna terra aspetta
ma certo chiama e l’aria
ti accompagna devota entrando
e uscendo dalla tua conchiglia
insieme alle voci sommesse
degli amici e della telenovela
che guardiamo religiosamente insieme
lasciati andare alla campana
che ti fa risuonare lasciati
amare da quella probabile
accoglienza che nessuno conosce
ma di cui ognuno è certo
lasciaci andare noi morenti
ti stanno spuntando le ali
di neve e nuvole segui
il fragoroso silenzio che ci spegne.
dicembre 00

( I ritratti di Livia sono di Domenico Di Raco)
Paolo Di Costanzo
15 maggio 1917 - 14 novembre 2005
“Non vi è né nascita né morte, non vi è esistenza in questo mondo né estinzione. Non è reale né illusorio, non è così né diverso. Non è così come viene percepito da coloro che vi dimorano...”
(dal sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, Durata della Vita)
“La vita di Suo padre sembra chiusa; ma nulla si chiude. Voi tutti che lo avete amato lo portate in voi, per sempre, come una rara ricchezza. Lacrime e gioia insieme, per sempre. E di lui che era così amato, chi può assicurare veramente qualcosa sul Suo oggi?
In realtà, ciò che è nato non muore mai. Solo, tramonta...
E non dica mai la parola «morto»... Dica «partito...»”
(da una lettera di Anna Maria Ortese a Franz Haas, 8 ottobre 1996)
Sei indagati nell'inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi, l'uomo di 31 anni morto il 22 ottobre al Sandro Pertini, dopo essere arrestato per droga il 15 ottobre. Sono gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, 40 anni, Corrado Santantonio, 30 anni, e Antonio Dominici, 42 anni, le persone indagate dalla procura di Roma per la morte di Stefano Cucchi. I tre, è scritto nell'avviso di garanzia, sono accusati di omicidio preterintenzionale per aver colpito Cucchi «in data 16 ottobre, con calci e pugni, dopo averlo fatto cadere, cagionandone la morte, avvenuta il 22 ottobre». Il personale dell'ospedale Sandro Pertini coinvolto nelle indagini sotto il profilo dell'omicidio colposo, sono il primario Aldo Fierro, 60 anni, responsabile del reparto penitenziario dell'ospedale, ed i medici Stefania Corbi, 42 anni, e Rosita Caponetti, 38 anni. Nell'avviso di garanzia si dice che avrebbero «omesso le dovute cure» al paziente cagionandone
la morte.
Secondo la procura di Roma, Cucchi ha subito un pestaggio mentre era nelle celle di sicurezza del tribunale, poco prima di essere portato in udienza per la convalida dell'arresto. Il geometra di 31 anni sarebbe «stato scaraventato a terra», avrebbe subito «una sederata pesantissima», che potrebbe aver determinato le fratture di due vertebre. Non è da escludersi che sia stato anche preso a calci e pugni. «Il giovane - si spiega a piazzale Clodio - quasi certamente è stato scaraventato a terra e picchiato quando era senza difese». La dinamica dei fatti è stata fornita agli inquirenti dai consulenti medico legali, che hanno riesaminato quanto era stato verificato nel corso dell'autopsia. A questo si sono aggiunte le parole del cosiddetto supertestimone, un detenuto, immigrato, che scambiò alcune battute con Cucchi.
I medici dell'ospedale Sandro Pertini, che per alcuni giorni hanno avuto in cura Stefano Cucchi, avevano tutti gli strumenti per alimentarlo e idratarlo anche se il paziente rifiutava ogni assistenza. È questo il motivo che ha spinto la procura ha indagato tre medici per omicidio colposo. «Si tratta di un eccesso di garanzia», hanno spiegato a piazzale Clodio, «così possono nominare un proprio consulente in vista della riesumazione della salma».
Ignazio Marino aveva annunciato la possibilità che dei medici fossero coinvolti nella vicenda. Sarebbero infatti emerse delle contraddizioni tra le varie audizioni dei medici che a vario titolo hanno avuto a che fare con Stefano Cucchi. «Per questo abbiamo deciso di secretare tutti gli atti, cosa che finora non avevamo fatto, e anche di cambiare la modalità di audizione, sentendo i sanitari uno per uno». Secondo il senatore Pd in particolare ci sarebbero delle discrepanze in relazione alle lesioni del giovane romano. «In quanto commissione d'inchiesta - aveva aggiunto Marino - abbiamo chiesto specificamente quali trattamenti sono stati effettuati sul ragazzo».













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